La guerra è un fenomeno umano che si avverte avvenire all’improvviso. Che la guerra fosse in arrivo, figurativamente impersonata dal dio Marte che in tutta baldanza piombava sulle genti armato di corazza elmo e schinieri, brandendo spada e quant’altro d’uopo alla pugna, il civis romanus poteva percepirlo dalle porte del tempio di Giano, il dio bifronte, che si chiudevano in tempo di pace e si aprivano in tempo di guerra. Questo dettaglio della bifrontalità può darci già un potente indizio circa la natura della belligeranza che poi si realizza nelle battaglie sanguinose : il caos che regna e diviene avversità, cioè ciò che è contrario all’armonia delle cose e tutto agita e scompiglia. Infatti l’essere rappresentato del dio Giano con due volti che guardano in opposizione l’uno all’altro e appartenenti ad un unico corpo, echeggia la mancata differenziazione di parti psichiche, proiettate nella divinità romana arcaica, ovvero la natura sincretica indifferenziata e simbiotizzante che esula dal processo di coscienza e appartiene al versante inconscio, di cui non si è quindi consapevoli, dal fondo di mistero, inconoscibile e agente sulla coscienza con una potenza tale da sconvolgerne i suoi due principali parametri di strutturazione : il tempo e lo spazio. Dunque con questa prima immagine culturale religiosa ci si addentra nei luoghi della guerra che sono psichici ancor prima di divenire concretamente apprezzabili come distruzione di vita e di opere umane. Lo psichico è di natura essenzialmente inconscia, pulsionale, e può costituirsi, in una delle sue molteplici forme, come trieb, che in tedesco è la spinta o pulsione, un concetto che Freud definirà al limite tra lo psichico e il corporeo. Le pulsioni traggono origine dall’organizzazione corporea e trovano nell’Es, ovvero un’istanza antica ed ereditata fin dalla nascita e quindi inconscia, una loro espressione psichica. L’Es è, secondo Freud, la parte oscura, inaccessibile della nostra personalità; il poco che ne sappiamo lo traiamo dallo studio dei sogni e dalla formazione dei sintomi psicopatologici ed esso vuole la scarica pulsionale da cui il senso catartico di depurazione che vi è connesso. Allora il suo carattere è primitivo e irrazionale, poiché si contrappone all’Io come giudizio di realtà, e si oppone anche all’impianto dei valori, delle norme, ovvero all’istanza morale che ha il nome di Super Io. Il meccanismo che rende quasi inconoscibile l’Es dall’Io, se non con sogni, atti mancati, lapsus verbali o motti di spirito e fantasie ad occhi aperti, è la rimozione. Nei processi onirici l’inconscio e le pulsioni trovano una loro possibilità rappresentativa e quindi possono essere compresi dall’Io, che li integra nella personalità totale. Le due principali pulsioni sono quelle che già Empedocle, filosofo greco presocratico di Agrigento vissuto nel V secolo a.C., indicava come Filia e Neikos, ovvero Amore e Odio, che poi Socrate riprenderà nei dialoghi platonici come Eros e Thanatos. Per il filosofo agrigentino i due principi erano alla radice della costituzione dell’universo e attraverso il loro incontrarsi e alternarsi istituivano il principio creativo e distruttivo di ogni forma vivente e al contempo cosmica, ovvero erano deputati a sovrintendere a ciò che nell’universo consta di ordine e disordine. E’ infatti nel vocabolo greco cosmeo, da cui il termine contemporaneo di ”cosmesi”, che ritroviamo il senso ordinatore, dell’abbellire facendo ordine. Anche Socrate riprenderà spesso il discorso di Eros come divinità generativa e creativa, che non riguardava soltanto la dimensione dell’amore sensuale o della filia come modo di vivere tra uomini che sono ben disposti e favorevoli reciprocamente al fatto umano, ma anche la forza della fusis o natura all’interno della quale spinge per emergere il rinnovamento come crescita rigogliosa. E, come dirà Socrate, non è possibile che la creazione, e nella natura e nel cosmo e nell’amore tra esseri viventi, non sia opera di Eros. Anche un altro dio era ritenuto responsabile di una forza generatrice, Dionysos, che attraverso la vite e la bevanda che ne deriva come vino, possedeva la capacità di donare la transe che poteva portare il disordine come potenza della natura, potenza di una vita inesauribile. La potenza della vita si rivela anche come follia che in questa dimensione del dionisiaco mostra la sua misteriosità che è anche il mistero dell’esistenza e della morte. Una follia, che nell’ebbrezza del dionisiaco che si sprigionava come forza vitale, portava con sé anche un quantum di distruttività : per analogia quel che nel parto si mostra come dolore e generatività, ovvero un processo vitale che ha in sè la tragicità dell’abisso di senso a cui l’uomo è continuamente chiamato per interrogarsi sul nascere e sul morire, su cosa significa vivere, su cosa significa scomparire. E’ in questa densità oscura, che oscilla tra i manifestarsi prodigiosi della vita – come possiamo vedere da un seme che germoglia magicamente o da un bambino che con sforzo esce dal ventre materno – che possiamo percepire l’inquietudine e la meraviglia che ci coglie di fronte al dispiegarsi della potenza della gemmazione dell’essere. La follia è quello sporgersi nell’abisso, come accadrà a Nietzsche nella sua esperienza di penetrazione del pensiero cui lo stesso soccomberà, che apre al senso come ricerca tragica senza mediazioni e che per ciò, facendo sporgere l’individuo nel precipizio dell’inconoscibilità, rimane essa stessa avvolta da mistero insondabile. Ecco in qual senso duplice intende Freud la vita pulsionale secondo cui prende forma lo psichico. E’ chiaro che una volta che la distruttività di Thanatos signoreggia, l’individuo ne è pervaso e Eros cede il suo passo, sotto i colpi violenti e nullificanti di Thanatos. Il principio tanatologico a differenza di quello erotico ha infatti la peculiarità di rendere morto, nel senso di ridurre a niente, il vivente e l’opera del vivente, tanto che abbracciare Thanatos conduce alla rovina e all’annientamento. Viceversa il principio di Eros ha la caratteristica della sua stessa potenza che è il continuare, il preservarsi e il generare. Queste due dimensioni dell’accadere psichico possono rintracciarsi nell’individuo singolo, cosi come nel piccolo gruppo, nel large group (40/80 persone), e in una nazione intera, di cui dobbiamo prevedere una manifestazione psichica collettiva del suo esistere come massa attraversata da immagini primordiali, che Jung nella sua riflessione ha denominato archetipi.