Pietro Salemme

Psicologo Psicoterapeuta a Roma

La Psiche e la Guerra (parte 3): la visione degli archetipi di Jung .

Nel testo del 1911 dal titolo “Trasformazioni e simboli della libido”, Carl Gustav Jung formulò una distinzione tra due opposte modalità di pensiero, rispettivamente rappresentate dalla scienza e dalla mitologia: il pensare indirizzato, logico verbale, e il “fantasticare” associativo e immaginifico. Secondo Jung, il pensiero logico è un’acquisizione moderna estranea allo spirito degli antichi, mentre il pensiero fantastico è relativo ai motivi mitologici che affiorano nei sogni e nelle fantasie degli uomini contemporanei, pur essendo appartenente ad un modo d’essere psichico degli antichi e delle popolazioni tradizionali (cfr. il concetto di “partecypation mystique” di Levy Bruhl qui in “parte 2”). Ecco dunque che Jung propose l’equazione antropologica tra preistorico primitivo e infantile, nella convinzione che l’esplorazione del pensiero fantastico degli individui potesse far luce nell’universo mentale dei bambini, delle etnie tradizionali e delle popolazioni arcaiche e preistoriche. Jung pose quindi in evidenza l’esistenza, in seno all’inconscio, di uno strato filogenetico presente in ciascun individuo, costituito da immagini mitologiche. Analizzò una serie numerosa di miti nell’antichità, servendosi del metodo comparativo, e in ambito antropologico, rintracciandovi delle costanti di rappresentazione tra i due ambiti e all’interno di uno stesso complesso culturale e storico, inaugurando il metodo ermeneutico detto “amplificazione”. Egli dunque sostenne l’esistenza di miti tipici che si manifestano nella psiche come immagini primordiali o archetipi. In un testo del 1940-41, edito poi da Boringhieri nel 1972, dal titolo “Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia”, insieme allo studioso di storia delle religioni Karol Kerenyi, Jung affronta il tema archetipico: in questo testo, con l’aiuto di numerosi esempi tratti dalla mitologia greca, i due studiosi individuano l’azione di “idee gemmanti” che emergerebbero nei comportamenti e nei moti d’anima che sappiamo essere sullo sfondo come versante inconscio collettivo, prendendo vita come immagini guida che dominano la comunità stessa. Una delle immagini guida che Kerenyi ad esempio espone è relativa all’idea del ragazzo orfano o nella variante dell’abbandonato, con un alone di divino che lo accompagna presso le genti che lo accolgono. Il mitologema in tal caso detto del “fanciullo divino” ricalca quello di Zeus, secondo tradizione nato a Creta e subito esposto e abbandonato dai genitori per il pericolo di essere fagocitato dal padre Kronos. Lo schema dell’eroe bambino abbandonato o orfano si ripete a seconda delle varie culture mitologiche anche contemporanee e tradizionali, schema ridondante evidenziabile attraverso il metodo di comparazione storico-antropologica. Zeus ad esempio è esposto appena nato e le nutrici divine o animalesche, così come nel culto di Dioniso bambino, esprimono due cose: la solitudine del fanciullo divino e, d’altra parte, la sua familiarità con il mondo primordiale, quindi con la creazione di una doppia situazione, quella del fanciullo orfano e quella del figlio amato degli dei. Un’altra variazione del tema è quella in cui la madre condivide l’abbandono e la solitudine ed erra raminga, senza patria e perseguitata, come Leto che viene difesa dal proprio neonato Apollo contro la violenza del gigante Tityos. Oppure un altro esempio di mitologema centrale, su cui Jung riflette, riguarda la figura dell’eroe, come ad esempio Ercole con le sue dodici fatiche, in cui lo studioso analista vide una rappresentazione della vita dell’individuo che aspira a rendersi indipendente e a liberarsi dalla madre. In questo quadro, il motivo dell’incesto, che ritroviamo ad esempio nella trilogia tragica del cosiddetto ciclo tebano su Edipo, scritto dal drammaturgo greco Sofocle del V secolo a.C., appare a Jung come un tentativo di ritorno alla madre onde pervenire ad una rinascita. Queste dimensioni immaginifiche che tornano nelle diverse culture e formano il sostrato simbolico cui attinge la vita della comunità umana attraverso i secoli, costituiscono secondo Jung l’inconscio collettivo. Per continuare con un altro esempio di mitologema che richiama il tema bellico, andiamo al politeismo dei Germani (v. Angelo Brelich: Introduzione alla Storia delle Religioni, 1966, Ed. Dell’Ateneo, Roma): con esso ci riferiamo a tre grossi gruppi distanti l’uno dall’altro nel tempo e nello spazio. Il primo riguarda i Germani a contatto con Roma e Tacito, lo storico romano, sarà il nostro informatore testimone dell’epoca; il secondo gruppo è relativo ai popoli germanici della Scandinavia e deriva da un’epoca molto più recente, in cui quei popoli si erano cristianizzati; il terzo gruppo è inerente alle migrazioni dei popoli e successivamente ad esse, con i Goti, i Franchi, i Longobardi, i Sassoni e i Germani del Nord. Dobbiamo poi menzionare i testi in prosa dal contenuto mitologico copiati e pubblicati sotto il titolo di Edda, risalenti all’8°/10° secolo, dall’erudito cristiano Snorri Sturlsson, il quale rimaneggiava i poemi mitici, tra cui anche quelli ritrovati in Islanda. Basti qui ricordare la centralità del mito delle due maggiori divinità Thorr e Odino. Thorr è il dio che combatte e vince gli avversari del suo popolo e dei suoi guerrieri, i vikinghi. Tra questi nemici figura anche un essere mostruoso mitico, il serpente cosmico; ma gli avversari più caratteristici di Thorr sono una specie di esseri particolari della mitologia nordica, i giganti che abitano l’Utgard, cioè il “mondo di fuori” rispetto al Mitgard o “mondo di mezzo” sede di dei e uomini, ed essi minacciano continuamente il cosmo divino mediante il ratto dei pomi dell’immortalità di cui si cibano gli dei. Thorr è il campione di questa lotta. Ma egli non è la divinità suprema, che invece è Odino. Wodan ha nel nome stesso la radice Wut ovvero Furore, e per molti indizi il dio appare come quello del furore bellico, dio dei famosi bersekir, guerrieri estatici dei Germani. Il suo aspetto guerriero però ha caratteri magici e oscuri, differenti da quelli di Thorr il cui attributo è il martello, e i suoi attributi sono invece il corvo e il lupo, che arrivano ad uno stretto legame con il mondo dei morti. Nei miti egli appare come viandante, cieco ad un occhio, che viene sempre da lontano; egli è lo straniero, rappresentante del mondo di fuori, che assicura con il “met”, bevanda magica che dà ispirazione poetica, l’immortalità agli dei. Egli, in uno dei suoi miti, s’impicca per nove giorni e notti ad un albero, soffre fame e freddo, ma mediante questa sua prova di morte iniziatica, egli viene a scoprire le “rune”, cioè l’alfabeto germanico. Il Valhalla è la grandissima sala sita in Asgaror, il mondo governato da Odino. Quando un guerriero muore in battaglia, una metà, scelta personalmente da Odino, si dirige accompagnata dalle Valchirie nel Valhalla. Qui i morti si riuniscono insieme a Odino. Interessante l’etimologia del Valhalla, secondo cui Valr indica il “massacro“, il campo di battaglia, la carneficina, il bagno di sangue, mentre il secondo termine Holl significa “luogo“, “spazio”. Il Valhalla, in cui ogni giorno Odino sceglie i caduti in battaglia, ha un tetto che poggia su lance, è costituito da scudi ed ha per panche delle corazze.

Ciò che bisogna dire è che Jung si differenzia da Freud proprio per il suo non ridurre a sistema causalistico retrospettivo le immagini inconsce che determinerebbero dal passato il presente vissuto dall’individuo. Jung al contrario considera, oltre alle immagini inconsce personali, delle immagini inconsce collettive o archetipi, i quali non sarebbero da collocare in un passato filogenetico ereditario e quindi ipostatiche e deterministiche, ma dinamiche e in un continuo divenire. Come egli stesso ebbe a dire : “Tentare di comprendere un’opera come il Faust di Goethe in chiave analitico-riduttiva equivale a voler spiegare una cattedrale gotica dal punto di vista della mineralogia” (v. C.G.Jung (1914) : “Sulla comprensione psicologica dei processi patologici” ). In realtà dal punto di vista di Jung il significato effettivo di un sogno, di una fantasia è “compreso solo se viene inteso come qualcosa che è in continuo divenire e da vivere” (ibid.). Dunque la vita è un divenire e non può essere compresa in un’ottica meramente retrospettiva. Anzi per Jung il materiale onirico-fantastico possiede una prospettiva conoscitiva futura. Fu cosi che lo stesso Jung, che adottò un metodo di ricerca sulle proprie produzioni oniriche e fantastiche, ebbe 12 fantasie nel 1913 che egli interpretò come premonitrici: visioni di inondazioni e migliaia di morti, mare di sangue sui paesi del Nord Europa, immagini di piedi giganti che camminano su una città devastandola e massacri di efferata crudeltà. Egli fu preso da sgomento, credendo che di lì a poco sarebbe incorso in una psicosi annunciata da siffatto materiale inconscio che nella catastrofe indicava la propria esondazione sulla coscienza in veste di delirio psicopatologico. Quando però apprese dai giornali che la Prima Guerra Mondiale era scoppiata, allora si rassicurò sulle proprie condizioni di salute psichica, individuando invece in modo predittivo ciò che sarebbe successo nel Vecchio Continente. In altre parole era la premonizione di un evento collettivo attraverso le fantasie oniriche, una corrispondenza tra fantasie individuali ed eventi collettivi. Lo stesso studioso in più punti della sua opera si sofferma sulla dimensione di ri-vitalizzazione degli archetipi dell’inconscio collettivo a proposito della Seconda Guerra Mondiale, sia per il fenomeno del fascismo che per quello del nazismo. Nel fascismo ad esempio l’archetipo della romanità marziale, quella ispirata a Mars, dio del furore bellico, sembra informare larga parte della cultura sia di rappresentazione architettonica – ancora sono visibili su alcuni palazzi a Roma i fasci littori ovvero armi dell’antica Roma consistenti in un fascio di bastoni di legno legati con strisce di cuoio e recanti una scure, attributo di imperio e potere – sia più in generale di rappresentazione dell’ auctoritas in tutte le sue forme comunicative: la figura del “dux” come colui che guida il suo popolo alla vittoria espansionistica che conquista e governa altre genti del suo impero e, secondariamente, civilizza esportando la propria visione del mondo presso popoli stranieri, una figura indiscutibile e unica cui i cittadini delegano capacità di scelta e di governo attraverso il meccanismo di identificazione carismatica col capo. La storica campagna d’Africa cui Mussolini si rivolge per rifondare l’impero italico si ispira all’immagine del condottiero Cesare e, con i suoi intenti di progresso civilizzatore, all’imperatore Ottaviano. Un’altra particolarità che fa sentire l’azione di un’immagine-guida archetipica si può rintracciare anche nel vissuto temporale che attraversa tutto il ventennio fascista e che ha una potenza immaginifica fondatrice o, potremmo dire, ri-fondatrice del tempo: il tempo si sospende come dimensione cronologica continua e riparte a battere dal primo anno di fondazione della rivoluzione fascista. In molti punti di Roma, case o monumenti o opere ingegneristiche, si possono scorgere scolpiti i numeri romani che segnano l’anno di edificazione, e non si è più ad esempio nel 19… ma nel X° anno dell’era fascista. Questa sospensione temporale che passa attraverso una ri-nominazione culturalmente propria alla visione del mondo che la sostiene, non può non farci pensare alla caratteristica dell’inconscio senza tempo, all’ aiòn (trad. dal greco antico come l’ “eterno“) o susseguirsi infinito dei cicli cosmici che si rinnovano, in tal senso vedendo nella emersione vivente dell’archetipo della romanitas una manifestazione del tempo ciclico. Cioè a dire che quel che si animò nel caso del fenomeno fascista fu la polarizzazione di immagini numinose che mossero le folle e le dominarono spingendole verso una meta, che non inaspettatamente era belluina. D’altronde già Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921), in riferimento a ciò che aveva scritto lo psicologo Gustave Le Bon (v. il suo libro “Psicologia delle folle”, 1895), mostrava il meccanismo proiettivo dell’individuo che si sente potente sbarazzandosi nella massa anonima del senso di responsabilità che pone i limiti all’espressione degli istinti. La quale massa gli permetterebbe quindi di commettere, attraverso anche l’identificazione con il leader, le azioni comunemente non accettabili legate all’irrazionale, che così troverebbero il loro recetto in accordo col collettivo. La perdita di controllo di una massa in movimento è in effetti molto temibile per le conseguenze in termini di morti e feriti che procura, come in uno stadio per battaglie tra tifoserie avverse o in un mega assembramento per le festività religiose nel continente indiano, dove basta un sussulto o un allarme per mettere in moto l’ oceano di teste che si accalca per panico schiacciando chi cade a terra. Ma l’influsso di immagini archetipiche cui si riferisce Jung hanno una potenza numinosa che proviene dalla vita e rifluisce nella vita, hanno carattere sacro ovvero misterico, nel senso che si dischiudono ad una manifestazione visibile ma al contempo rimandano ad una dimensione che è ancora sconosciuta e che perciò inquieta per la sua forza percepibile ma non definibile univocamente. E’ il rimando del simbolo all’inesauribile stratificazione di senso che ritroviamo poi nel mito-rito. E’ indubbio come molte delle manifestazioni di forza del regime nazista avessero un’eco nell’atmosfera nordica del mito dei Nibelunghi, il popolo di nani o “popolo delle nebbie” come si traduce Niflungar in norreno, descritto nell’Edda (v. sopra), di cui bisogna ricordare l’eroe Sigfrido che ucciderà il drago appropriandosi del suo tesoro e amerà Brunilde che poi tradirà con Crimilde, ma da Brunilde sarà ucciso per vendetta cui seguirà il suicidio della stessa in un epilogo cupamente tragico. Le bandiere rosse con la svastica nera che sventolano nella notte piena di bagliori dei fumogeni mentre ali di folla inneggiano all’esercito in rassegna che con passo dell’oca sfila con movimento sincrono, non può non farci tuffare nell’atmosfera nibelungica in cui la potenza è potenza della morte glorificante. Qui il Valhalla si intravede e vieppiù si comprende come sia presente il flusso d’immagini che esaltano il travalicamento di ogni confine che poi conduce in tal caso al trionfo della morte. La coscienza individuale viene invasa in tal caso da un’inflazione di archetipi dell’inconscio collettivo e tendenzialmente ne è sopraffatta e posseduta. Una possibile seppur parziale risposta alla domanda su come sia accaduto che un intero popolo, quello tedesco, abbia potuto accettare l’olocausto di 6 milioni di ebrei deportati e uccisi nei campi di concentramento, può trovare un orizzonte di comprensione psichica alla luce dei fatti storici: dov’era la coscienza collettiva mentre gli ebrei venivano portati ai treni in partenza per i campi di concentramento? Nessuno si è mai accorto di nulla oppure è avvenuto un processo di negazione della realtà percettiva vivente? D’altronde molti degli imputati nazisti del processo di Norimberga, accusati dei peggiori crimini di guerra e di sterminio, rispondevano candidamente di aver soltanto eseguito gli ordini, come se l’io giudicante, agente e capace di scelta, si fosse dissolto sotto l’onda massiccia di spinta di un impersonale collettivo in quel caso procedente dal sistema burocratico nazista. Non possiamo poi non ricordare un’altra delle idee portanti del nazismo ovvero quello della purezza della razza attraverso il ricorso ad un’altra idealizzazione mascherata da scienza, l’eugenetica. E’ chiaro che l’ideale di uomo perfetto forte e guerriero affonda le sue radici nelle iniziazioni spartane, dove la selezione per far divenire uomini pronti alla guerra i giovani si basava su prove che mettevano a rischio la vita di chi morendo dimostrava di non esserne all’altezza. Ma in quel caso si trattava di una società guerriera che aveva nel sistema cultuale religioso il suo fondamento esplicativo e l’idea di prestanza era sì legata alle necessità belliche ma poggiava e proveniva dal pantheon di riferimento legato ad Artemide, Apollo, Zeus. Nel sistema nazista, pur essendovi echi classicisti, tuttavia si stagliava l’immagine di alba dell’umanità, una potenza sorgiva della natura che si inverava, secondo tale ossessivo disegno, nella nascita dell’uomo perfetto nel senso della potenza primigenia contenuta nella natura, una natura indomita che incarnava lo spirito nordico tedesco. Il punto però anche connesso alla sorgente simbolica era la distruttività sadica che alla fine doveva trovare la propria realizzazione nell’azzeramento, nella polverizzazione dell’esistente come vita, cui deve subentrare la desertificazione quale regno dei morti glorificati, come abbiamo visto sopra realizzarsi nel mito del Valhalla. Dobbiamo in effetti notare un dettaglio di non poca importanza presente nella rappresentazione della svastica adottata dal regime nazista. Qui il simbolo vedico di trasformazione cosmica legata alla rotazione solare non gira da sinistra verso destra, come indica nel simbolo il movimento sinistrorso legato alla creazione, ma da destra verso sinistra, che indicherebbe distruzione e dissoluzione. Ed è dunque interessante la scelta simbolica che ne fece il nazismo, quasi ad indicare l’azione di un meccanismo inconscio distruttivo. In realtà anche nel cosiddetto passo dell’oca o più in generale nei modi marziali di una cultura dedita all’arte della guerra, si intravedono i meccanismi di un automatismo psicologico (cfr. Pierre Janet in “L’automatismo psicologico” 1895, tradotto e pubblicato 2013) che prende forma a livello di psiche collettiva. Si tratta di un vero e proprio complesso psichico che consideriamo agente come inconscio e fuori dalla consapevolezza, che si instaura e guida gli atti in maniera ripetitiva e seriale. Il suo essere inconscio lo colloca tra gli stati dissociativi della psiche e perciò rientra nella dimensione psicopatologica. Per questo Jung temeva per sé l’insorgere di una psicosi nel momento in cui si imponevano alla sua coscienza vigile contenuti immaginifici che sentiva tanto più potenti quanto estranei, tanto più automatici quanto più inconsapevoli e derivanti da immagini luminose che inflazionavano il collettivo. Si potrebbe dunque avanzare l’ipotesi, ormai consolidata anche come tesi preliminare di ricerca, che la guerra e il suo infuriare sia l’epifenomeno di un oscillazione vorticosa dello psichico, la quale fa impazzire perché sottopone proprio lo psichico a continue, ripetute e fisse immagini, legate alla potenza distruttrice? Possiamo allora considerare in uno stato di psicosi un collettivo che sia dedito al culto delle armi e al conseguente uso distruttivo delle stesse sulla vita umana e sul mondo naturale in cui abita? La risposta di chi scrive è senza dubbio affermativa!

La Psiche e la Guerra: la prospettiva freudiana (parte 2)

Nel 1915 Sigmund Freud pubblica un testo essenziale a cui riferirsi quando si parla di guerra : “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte”. Qui lo studioso chiarisce che la storia umana è il lungo processo di civilizzazione di Thanatos, cosi come di Eros, una civilizzazione della pulsione libidica e dell’istinto di morte. Secondo tale visione, il corteggiamento è al posto dello stupro cosi come un confronto tra argomentazioni opposte sostituisce un’aggressione fino all’omicidio. Quindi in quest’ottica la guerra diventa una regressione al mondo arcaico primitivo, dove vale la legge dell’ “homo homini lupus” (trad. :”uomo lupo per l’uomo”), una “lex talionis” (trad. : “legge del taglione”), cioè un “occhio per occhio dente per dente”, se vogliamo citare un detto popolare, in cui la componente di risposta non mediata dal pensiero si incanala preferenzialmente nel cunicolo dell’aggressività e della supremazia violenta sull’altro, in un rapporto dominante-dominato. Il tabù civilizzatore del “non uccidere” decade dunque in guerra per le ondate regressive pulsionali cui è sottoposto lo psichico che, come dice Pierre Janet, abbassa il proprio livello, un “abbaissement du niveau mental”, ovvero una reattività dello psichico molto più alta del solito perché più bassa è la soglia di stimolazione cui esso diviene sensibile. La temperie emotiva della guerra, con i morti che via via aumentano e l’inosservanza delle regole di mutuo rispetto della vita, prima assunte come convenzioni date, ora esalate e dissolte sotto i colpi del prevalere sull’altro da vincere e sottomettere comunque al proprio imperio, costituiscono il nuovo milieu o mondo circostante, che contribuisce all’abbassamento di soglia della reattività psichica e quindi all’incrudelimento proprio ad una natura ferina. E’ quel che accade quando l’uomo torna ad uno stato di “homo naturae” (trad.: “uomo di natura”, ovvero quella condizione in cui, secondo Lévy-Bruhl, l’individuo di una tribù tradizionale e indigena, per esempio africana, proietta sulla natura ciò che non riconosce come fenomeno psichico proprio. In questa condizione psichica ad esempio, cacciare troppi animali può voler dire per costui attendersi una ritorsione dalla foresta che si vendicherà attraverso insidie volte ad aggredirlo secondo una intenzionalità, ora proiettata in un albero che lo travolge ora in un fiume che lo inghiotte. Lévy-Bruhl parlerà in questo senso di “partecypation mystique“, ovvero uno stato in cui non c’è alcuna differenza tra percepiente e percepito, i quali vivono in una simbiosi sensoriale tale che il soggetto è sotto l’influsso di una “identità arcaica” che diviene poi inconscia nel processo di civilizzazione presieduto, ma fino ad un certo punto controllato, dal pensiero differenziante. Il concetto di partecypation mystique sarà poi ripreso da Carl Gustave Jung per orientarsi nella ricerca e nell’approfondimento degli archetipi dell’inconscio collettivo (vedi parte 3). Ecco dunque farsi più comprensibili i crimini di guerra come portato precipitato delle reazioni difensive che assumono l’aspetto di ritorsione e vendetta in un processo di sempre maggior attivazione dell’asse libidico polarizzato nelle due facce, rispettivamente, attive e passive ovvero sadico-masochistiche di un’unica medaglia: quella dell’impianto pulsionale perverso. In effetti possiamo parlare di un impasto perverso quando la libido non trova un canale diretto di soddisfazione della propria scarica ma cerca vie indirette di raggiungimento dello scopo al posto di quello originario. Valga per tutti l’esempio di un gruppo di preadolescenti maschi che si costituiscono come branco delinquenziale, così come evidenziato da Donald Meltzer. Qui la pulsione libidica comune a tutti loro sarebbe dimensionata secondo impulsi omoerotici latenti, cioè non consapevoli, relativi ad uno stato indifferenziato dell’identità sessuale psichica e di indifferenziazione tra membri di uno stesso gruppo, il cui sviluppo è bloccato dalla negazione di identificazioni omofiliche, negazione derivante dalla difficoltà di un’elaborazione del complesso edipico che porta alla scelta d’oggetto d’amore. La negazione come meccanismo inconscio difensivo perverte, cioè devia, la pulsione sessuale, che secondo Freud contiene già in sé una certa aggressività con sopraffazione dell’altro, verso l’attacco e la distruzione dell’oggetto stesso interno d’amore, i soggetti cedendo quindi all’impulsività distruttiva che rende morto, cioè mortifica, ciò che si manifesta come amore e vita. Il gruppo quindi cementa il proprio legame libidico attraverso una pulsione distruttiva che in realtà ha alla sua origine una mancanza elaborativa rappresentazionale psichica della pulsione erotica. Per questo possiamo dire che la psicosi è imparentata con la perversione criminale, in quanto in entrambe le configurazioni si assiste all’azione indisturbata del meccanismo difensivo della negazione, che è ancor più regressiva e potente rispetto alla rimozione mentre è vicina all’altra sua compagna, la scissione. La scissione dell’oggetto psichico potrebbe essere accompagnata dal processo di frammentazione dell’oggetto stesso fino alla rappresentazione di una sua polverizzazione attraverso lo sminuzzamento delle sue parti. Un’ulteriore interpretazione della guerra a livello intrapsichico la dobbiamo alla riflessione acuta dello psicoanalista Franco Fornari, che nella sua relazione al Congresso di psicoanalisi a Milano nel 1964 poi divenuta libro dal titolo “Psicoanalisi della guerra”, avanza l’ipotesi ampiamente condivisibile di un’eziologia patologica da lutto irrisolto alla radice dello scatenamento della guerra. Ciò riguarderebbe sia il versante individuale di un leader che conduce alla guerra il suo popolo, di solito a capo di regime totalitario, sia un’intera collettività riunita in nazione con forti basi identitarie relative all’appartenenza dei suoi membri sotto un’unica bandiera. In entrambi i casi vi sarebbe al fondo un irrisolto lutto da separazione rispetto ad un’unità perduta, sia che la separazione riguardi una vicenda personale nella storia di vita del tiranno, sia relativa ad un’ideale di patria sentito come ingiustamente violato ed estorto. La mancata elaborazione del lutto porterebbe poi ad una scarica dell’emozione correlata di rabbia e aggressività per distruggere l’oggetto d’amore internalizzato e avvertito come cattivo. Concludiamo questa seconda parte con un pensiero che Freud ebbe a scrivere tra il 1930-1938, ovvero gli anni subito precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale, reperibili in Opere vol. 11 pg. 303: “Poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia”.

La Guerra e la Psiche (parte 1) : le pulsioni Eros e Thanatos

La guerra è un fenomeno umano che si avverte avvenire all’improvviso. Che la guerra fosse in arrivo, figurativamente impersonata dal dio Marte che in tutta baldanza piombava sulle genti armato di corazza elmo e schinieri, brandendo spada e quant’altro d’uopo alla pugna, il civis romanus poteva percepirlo dalle porte del tempio di Giano, il dio bifronte, che si chiudevano in tempo di pace e si aprivano in tempo di guerra. Questo dettaglio della bifrontalità può darci già un potente indizio circa la natura della belligeranza che poi si realizza nelle battaglie sanguinose : il caos che regna e diviene avversità, cioè ciò che è contrario all’armonia delle cose e tutto agita e scompiglia. Infatti l’essere rappresentato del dio Giano con due volti che guardano in opposizione l’uno all’altro e appartenenti ad un unico corpo, echeggia la mancata differenziazione di parti psichiche, proiettate nella divinità romana arcaica, ovvero la natura sincretica indifferenziata e simbiotizzante che esula dal processo di coscienza e appartiene al versante inconscio, di cui non si è quindi consapevoli, dal fondo di mistero, inconoscibile e agente sulla coscienza con una potenza tale da sconvolgerne i suoi due principali parametri di strutturazione : il tempo e lo spazio. Dunque con questa prima immagine culturale religiosa ci si addentra nei luoghi della guerra che sono psichici ancor prima di divenire concretamente apprezzabili come distruzione di vita e di opere umane. Lo psichico è di natura essenzialmente inconscia, pulsionale, e può costituirsi, in una delle sue molteplici forme, come trieb, che in tedesco è la spinta o pulsione, un concetto che Freud definirà al limite tra lo psichico e il corporeo. Le pulsioni traggono origine dall’organizzazione corporea e trovano nell’Es, ovvero un’istanza antica ed ereditata fin dalla nascita e quindi inconscia, una loro espressione psichica. L’Es è, secondo Freud, la parte oscura, inaccessibile della nostra personalità; il poco che ne sappiamo lo traiamo dallo studio dei sogni e dalla formazione dei sintomi psicopatologici ed esso vuole la scarica pulsionale da cui il senso catartico di depurazione che vi è connesso. Allora il suo carattere è primitivo e irrazionale, poiché si contrappone all’Io come giudizio di realtà, e si oppone anche all’impianto dei valori, delle norme, ovvero all’istanza morale che ha il nome di Super Io. Il meccanismo che rende quasi inconoscibile l’Es dall’Io, se non con sogni, atti mancati, lapsus verbali o motti di spirito e fantasie ad occhi aperti, è la rimozione. Nei processi onirici l’inconscio e le pulsioni trovano una loro possibilità rappresentativa e quindi possono essere compresi dall’Io, che li integra nella personalità totale. Le due principali pulsioni sono quelle che già Empedocle, filosofo greco presocratico di Agrigento vissuto nel V secolo a.C., indicava come Filia e Neikos, ovvero Amore e Odio, che poi Socrate riprenderà nei dialoghi platonici come Eros e Thanatos. Per il filosofo agrigentino i due principi erano alla radice della costituzione dell’universo e attraverso il loro incontrarsi e alternarsi istituivano il principio creativo e distruttivo di ogni forma vivente e al contempo cosmica, ovvero erano deputati a sovrintendere a ciò che nell’universo consta di ordine e disordine. E’ infatti nel vocabolo greco cosmeo, da cui il termine contemporaneo di ”cosmesi”, che ritroviamo il senso ordinatore, dell’abbellire facendo ordine. Anche Socrate riprenderà spesso il discorso di Eros come divinità generativa e creativa, che non riguardava soltanto la dimensione dell’amore sensuale o della filia come modo di vivere tra uomini che sono ben disposti e favorevoli reciprocamente al fatto umano, ma anche la forza della fusis o natura all’interno della quale spinge per emergere il rinnovamento come crescita rigogliosa. E, come dirà Socrate, non è possibile che la creazione, e nella natura e nel cosmo e nell’amore tra esseri viventi, non sia opera di Eros. Anche un altro dio era ritenuto responsabile di una forza generatrice, Dionysos, che attraverso la vite e la bevanda che ne deriva come vino, possedeva la capacità di donare la transe che poteva portare il disordine come potenza della natura, potenza di una vita inesauribile. La potenza della vita si rivela anche come follia che in questa dimensione del dionisiaco mostra la sua misteriosità che è anche il mistero dell’esistenza e della morte. Una follia, che nell’ebbrezza del dionisiaco che si sprigionava come forza vitale, portava con sé anche un quantum di distruttività : per analogia quel che nel parto si mostra come dolore e generatività, ovvero un processo vitale che ha in sè la tragicità dell’abisso di senso a cui l’uomo è continuamente chiamato per interrogarsi sul nascere e sul morire, su cosa significa vivere, su cosa significa scomparire. E’ in questa densità oscura, che oscilla tra i manifestarsi prodigiosi della vita – come possiamo vedere da un seme che germoglia magicamente o da un bambino che con sforzo esce dal ventre materno – che possiamo percepire l’inquietudine e la meraviglia che ci coglie di fronte al dispiegarsi della potenza della gemmazione dell’essere. La follia è quello sporgersi nell’abisso, come accadrà a Nietzsche nella sua esperienza di penetrazione del pensiero cui lo stesso soccomberà, che apre al senso come ricerca tragica senza mediazioni e che per ciò, facendo sporgere l’individuo nel precipizio dell’inconoscibilità, rimane essa stessa avvolta da mistero insondabile. Ecco in qual senso duplice intende Freud la vita pulsionale secondo cui prende forma lo psichico. E’ chiaro che una volta che la distruttività di Thanatos signoreggia, l’individuo ne è pervaso e Eros cede il suo passo, sotto i colpi violenti e nullificanti di Thanatos. Il principio tanatologico a differenza di quello erotico ha infatti la peculiarità di rendere morto, nel senso di ridurre a niente, il vivente e l’opera del vivente, tanto che abbracciare Thanatos conduce alla rovina e all’annientamento. Viceversa il principio di Eros ha la caratteristica della sua stessa potenza che è il continuare, il preservarsi e il generare. Queste due dimensioni dell’accadere psichico possono rintracciarsi nell’individuo singolo, cosi come nel piccolo gruppo, nel large group (40/80 persone), e in una nazione intera, di cui dobbiamo prevedere una manifestazione psichica collettiva del suo esistere come massa attraversata da immagini primordiali, che Jung nella sua riflessione ha denominato archetipi.

Un esempio di Gruppo Terapeutico

Un’esperienza basagliana a Roma: cinema e gruppo

Da circa dieci anni un gruppo di utenti del Centro Diurno Riabilitativo del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma1, insieme allo psicoterapeuta e agli psicologi del centro stesso, ha creato un laboratorio di cineforum con visione in gruppo di numerose pellicole. Andando al cinema e commentando insieme i film su uno specifico blog, pian piano il gruppo ha sentito l’esigenza di sperimentarsi nella scrittura-sceneggiatura di un film e per questo ha preso contatto con il teatro di posa “Nel Blu Studio”. Di qui è nato un corso di sceneggiatura tenuto dal docente Matteo Martone e coadiuvato e diretto per le riprese dal regista Tino Franco. Lo psicoterapeuta Pietro Salemme e gli psicologi James Franco e Giacomo Bucolo, che hanno seguito il progetto in tre anni, di cui due in piena pandemia, sono stati costantemente all’interno del gruppo in una dimensione esistenziale alla pari, ovvero in cui ogni membro del gruppo, fosse esso regista, sceneggiatore, utente portatore di disagio, o cameraman o psicologo, cooperava alla dimensione creativa per scrivere e mettere su pellicola una storia. Per questo può dirsi un’esperienza basagliana, poiché il gruppo integrato e inclusivo ha condotto un’operazione creativa di ricerca-azione che, ispirandosi alla visione del mondo di Franco Basaglia, si è liberato dei vincoli di ruolo istituzionale, ha oltrepassato i confini del centro di cura, e creando un’opera cinematografica, ha condotto un’azione auto-terapeutica, che poi è confluita in una comunicazione terapeutica per l’intero collettivo sociale. Infatti il tema dell’invisibilità, scelto come idea originaria dagli utenti stessi, riguarda ciò che non trova rappresentazione sia su un piano intimo, da cui l’esigenza di esprimere ciò che si vive, sia su un piano sociale, da cui il focus riflessivo proposto al collettivo sulla marginalità del disagio cui porta anche la mancanza di inserimento lavorativo. L’amore come Eros è il deus ex machina della rappresentazione messa in scena dal gruppo, poiché fa vivere e germogliare alla luce ciò che altrimenti è relegato nell’ombra dell’inconsapevolezza sociale e dei singoli individui. A corredo del cortometraggio scritto dal gruppo, vi è il documentario che testimonia le riprese nel backstage e sul set, dove gli autori in gruppo e intervistati singolarmente, danno voce all’invisibile per tentarne una rappresentazione che implica la domanda del diritto ad esistere e ad amare.

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MORGANA STUDIO

in collaborazione con

REGIONE LAZIO COMUNE DI ROMA ASL ROMA 1 AELLE IL PUNTO

SPACE OFF
NEL BLU STUDIOS KWAAUI.COM

presentano

con la partecipazione di

BOOKCIAK, AZIONE! LIBERAMENTE CULTURASÌ ANAC BCC ROMA

DARIA NEVEROVApage1image65615056

TONY MARTONE

Un film documentario di Tino Franco (film + cortometraggio 40″)

Due anni di confronto, riflessioni e riprese, in era COVID.
Un gruppo di utenti-sceneggiatori del Dipartimento Salute Mentale. La loro riflessione sulle condizioni degli “invisibili” di questa società. La tragicomica brevissima epopea di un eroe scritto da loro.

1APRILE2022 ORE18:00 CASA DEL CINEMA

Roma Largo Marcello Mastroianni, 1page1image65613392

info@spaceoff.it

spaceoff.it 339 8905 485

Psicoterapia di gruppo

IL GRUPPO DEL SIMPOSIO 

O DELLE 

MANIFESTAZIONI DI CURA DELLA PSICHE

Il mondo dell’altro diverso da me si configura come misterioso e affascinante, ma ciò che sembra differente si manifesta anche come simile e questa esperienza nutre la psiche e il corpo. Il gruppo diventa allora un’occasione unica per fare esperienza insieme, sia stando in relazione col mondo degli altri sia facendo contatto con le proprie emozioni scaturite dall’incontro. Parlare davanti a chi ascolta, fare l’esperienza di sentirsi ascoltati e quindi accolti, facilita i processi di apertura, di intimità e di autostima derivanti tutti dal riconoscimento proveniente dall’altro. Così attraverso la condivisione, ci si sente parte di un percorso comune, in cui ogni membro del gruppo viene conosciuto e non temuto, diviene di pari dignità esistenziale e polo esperienziale di scambio umano.

 Il gruppo si propone come un incontro a più livelli: in particolare nella psicoterapia di gruppo si può realizzare una sorta di rispecchiamento di sè stessi nella problematica portata dall’altro e il vissuto emotivo e simbolico rappresentato da questo fa in modo che anche gli altri membri del gruppo in ascolto  possano elaborare la complessità psichica insieme alla persona che la porta. Quindi il lavoro di esplorazione delle proprie problematiche interne è declinato sia su un piano personale individuale sia su un piano gruppale: infatti ciò che è problema di uno può divenire argomento di riflessione di un altro e del gruppo stesso. In gruppo si elaborano percorsi nuovi per la soluzione di problemi attraverso lo sviluppo di un senso di appartenenza a sé come soggetti e al collettivo come comunità. Il singolo sviluppa dunque un senso di solidarietà e sostegno emotivo, e il gruppo opera e favorisce la crescita psichica e il benessere relazionale dei singoli. Infatti ciò che nel gruppo si sperimenta primariamente è la dimensione relazionale oltre che intrapsichica, ovvero interiore. La figura del terapeuta lavora all’interno del gruppo per consentire i processi di conoscenza e di consapevolezza di sé e degli altri, favorendo i processi di cambiamento personale attraverso l’adozione di prospettive e punti di vista nuovi su di sé e sul mondo che ci circonda.

A questo scopo si adotta una visione teorica propria alla Terapia della Gestalt di F.S. Perls e J. Simkin, secondo cui gli individui necessitano di sentirsi attraverso il riconoscimento delle proprie sensazioni corporee e, ancor prima, di essere un corpo: ad esempio il modo di respirare, attraverso l’espressione delle proprie emozioni – gioia, tristezza, dolore, noia, attesa, paura, vergogna etc.. -, attraverso la consapevolezza dei propri bisogni e del personale modo di essere nel mondo e in relazione con gli altri. Quindi è nel qui ed ora dell’incontro relazionale terapeutico, sia con gli altri membri del gruppo sia con il terapeuta, che c’è la possibilità di ri-prendere consapevolezza sul modo di interrompere il contatto con gli altri individui, ritornando nel presente sulla propria empasse nel passato.

I significati e le storie personali che emergono dalla sedia calda, ovvero quella su cui il singolo membro del gruppo racconta la propria problematica prendendo contatto con le emozioni sottostanti, vanno a confluire in una dimensione gruppale in cui ognuno può rivedersi e dare sostegno a sé stessi e all’altro, divenendo così un’azione di terapeuticità che è insita nella gruppalità stessa.

Il vocabolo “Simposio”, che dà il titolo al gruppo, ha come orizzonte di riferimento la dimensione della domanda che s’impone all’uomo fin dall’antichità delle origini del mondo occidentale, reperibile nell’antica Grecia, ovvero la domanda sul senso dell’esistere. Il Simposio vedeva la compartecipazione di uomini liberi che discettavano di tutto ciò che riguardava il mondo della vita degli uomini e delle donne, dello Stato, delle leggi, del diritto, della vita politica della comunità, dell’amore, dell’amicizia, della natura, del sesso, della consumazione della vita così come della sua origine, della morte, del mondo divino. La sua caratteristica era la dimensione dialettica ovvero di scambio e dialogo che aveva come unico e prezioso scopo quello di custodire uno spazio dove si potesse ricercare il vero nella libertà del pensiero. Poiché la sua principale caratteristica era quella di fare l’esperienza di ciò che si lascia che accada, ovvero della verità come accadimento.



ATTIVAZIONE DI GRUPPO TERAPEUTICO

Ogni gruppo si attiva con un minimo di 3-5 partecipanti e può ospitarne un massimo di 13, nella fascia pomeridiana/serale e in alternativa nel sabato mattina, della durata di circa un’ora e mezza, con cadenza settimanale. Saranno presenti uno o due psicoterapeuti e uno psicologo coadiutore. Il gruppo attivato si incontrerà presso lo studio del dott. Pietro Salemme, sito in Via GIOVANNI DA PROCIDA 22 – 00162 Roma – PIAZZA BOLOGNA – FERMATA METRO B .

Per informazioni e delucidazioni sulla modalità di accesso al gruppo e sui costi si può contattare il numero 3385606668

Il conduttore del gruppo è il Dott. Pietro Salemme, psicoterapeuta e psicologo clinico esperto di gruppi.

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Depressione: psicodinamica interna

I sintomi depressivi sono vari nella loro capacità di comparsa fenomenologica, così come nelle loro determinanti eziologiche sia di natura esterna che interna al soggetto che ne fa esperienza. Quindi noi qui non ci dilungheremo in trattazioni ampie e sistematiche, non optando per un approfondimento esaustivo ma dando alcune suggestioni che possano essere d’aiuto nel riconoscimento di alcune forme di patologia depressiva. Prima di tutto dobbiamo ricordare ciò che dice S. Freud a proposito di depressione, ovvero questi parla di uno stato psichico in cui l’investimento libidico, inteso come energia psico-fisica, viene ritirato dal mondo esterno e attirato su di sé, ovvero sul mondo oggettuale interno, quindi comincia una dinamica intrapsichica che vede al centro degli scambi relazionali unicamente il polo di un Io ideale con cui essere in rapporto. Quando parliamo di Ideale intendiamo comunque che ci siano in azione processi psichici di identificazione, ovvero di ricerca di modelli con cui affinare un’identità cui ci si ispira. L’oggetto ideale può essere sia positivo sia negativo, ma l’importante è comprendere che il soggetto inizia ad investire su di sé in modo solipsistico, ovvero del “solus ipse”, in latino “solo con sé stesso”, e ciò sia intendendo l’assenza dell’altro in quanto soggetto diverso da me con cui entrare in relazione, sia l’oggetto intrapsichico con cui avviene l’identificazione nel fenomeno di sintomatologia depressiva. E’ chiaro che il soggetto vive, nel momento stesso in cui investe sul proprio oggetto Sè ideale, una dimensione di ripiegamento narcisistico. Nel caso di un evento luttuoso si potrà avere una depressione che verrà detta reattiva in quanto avviene in reazione ad un evento traumatico esterno. Ma la depressione può riguardare l’oggetto interno perduto e il lavoro elaborativo della perdita è il passaggio necessario per superare il momento critico depressivo. Ogni perdita di fatto comporta un’elaborazione, ogni separazione, ad esempio il conseguimento di un diploma connesso al passaggio d’età o perfino il ritorno da un viaggio in cui si è scoperto qualcosa di prezioso per sé del mondo, implica un’elaborazione depressiva che il soggetto deve poter compiere per sentire di essere cresciuto. In realtà ciò da cui ci si separa ha a che vedere con l’immagine del Sè legata alla relazione o all’esperienza che si è vissuta. Crescendo perdiamo una parte di noi che reintegriamo in nuove configurazioni psichiche cangianti. Si tratta di processi dinamici della psiche.

Non solo si parla di depressione reattiva ma anche di depressione endogena, processo patologico di natura più ingravescente che può portare anche a periodi di ricovero in strutture ospedaliere protette. Qui non siamo di fronte ad un quadro nevrotico o d’incapacità di elaborare una separazione, ma si entra nella dimensione della psicosi, in cui compare una fenomenologia delirante e/o allucinatoria. In tal caso il processo psichico utilizzato è l‘introiezione, ovvero una sorta di inglobamento psichico dell’oggetto negativo con cui poi ci si simbiotizza psichicamente. Ma non ci soffermeremo sui dettagli di sintomatologia né della precedente forma né di questa. Ci interessa maggiormente esplorare ciò che è vissuto nella depressione in relazione allo Spazio-Tempo. Parlando di ciclo ontologico la lezione di psichiatria fenomenologica si riferisce ai tre momenti temporali del passato-presente-futuro. L’essere umano vive contemporaneamente immerso in ognuno dei tre momenti o, potremmo dire, queste tre dimensioni lo attraversano al contempo, sia nel sogno che nella fantasia sia in quella che chiamiamo coscienza della realtà. Nel vissuto depressivo, essendoci prevalentemente un’identificazione o nel peggiore dei casi, una simbiotizzazione, con l’oggetto psichico perduto o morto, il tipo di tempo che prevalentemente ospita il soggetto è il passato, ovvero il soggetto è continuamente voltato all’indietro nella contemplazione di ciò che ha perduto, derivandone uno stato di perenne malinconia. il tipo entusiasta ad esempio sarà chi sosta maggiormente nel presente, che ai suoi occhi rappresenta una continua novità. Mentre chi si sbilancia nel futuro senza sosta ha una esperienza anticipatoria di quello che sta per vivere, in un’esperienza dell’accelerazione psichica, che diremmo maniacale. Il soffermarsi in uno dei tre momenti in maniera prevalente indica uno squilibrio del vissuto temporale, fino alle forme di ciclotimia ovvero maniaco-depressive in cui si oscilla repentinamente dalla depressione malinconica all’eccitamento maniacale, con un vissuto temporale e spaziale ora fermo, statico, devitalizzato, ora quello della velocità del pensiero e della rapidità del movimento e dello spostamento fisico fino all’agitazione, sia nella sua variante di contentezza esasperata che in quella della rabbia espressa in modo plateale. Spesso accade di osservare tali quadri psichici in chi fa uso e abuso di cocaina.

Esiste un’ulteriore forma di depressione che chiameremo anaclitica e che spesso è descritta nei casi di disturbo grave della personalità. Il termine “anaclitica” si riferisce ad una sorta di appoggio psicologico che l’individuo cerca nell’altro, tendenzialmente partner o amici o parenti vicini, reagendo ad una esperienza precoce nell’infanzia di abbandono. Così gli altri e la loro presenza vengono a vicariare un’assenza di struttura psichica e costituiscono un esoscheletro, ovvero una colonna vertebrale psichica, con cui l’individuo può sopperire alla mancanza e al vuoto che lo riempiono dentro. Il vuoto come vissuto può essere soppresso con l’appoggio all’altro in relazioni che a volte ricordano il parassitismo. Per questo genere di problematica l’assetto depressivo si mostra temporaneo e svanisce ogni qual volta si realizzi l’accoppiamento psichico. In tal caso non assistiamo a nessuna elaborazione della separazione dall’oggetto interno che invece di essere assorbita e integrata attraverso la dimensione depressiva viene espulsa attraverso l’inizio di una nuova identificazione con l’oggetto d’amore esterno, che il soggetto riverbera in un’unione simbiotica con quello buono interno.

Ogni forma tra quelle descritte da un punto di vista psicodinamico interno può beneficiare della cura psicoterapica. Nelle forme più gravi o nei periodi acuti dei sintomi, può esservi associata una somministrazione psicofarmacologica. Ma l’esito prognostico non è infausto, tranne in rari casi. Importante è l’intervento con una buona psicoterapia che accolga il dolore depressivo e accompagni il paziente verso una sua trasformazione elaborativa.