Pietro Salemme

Psicologo Psicoterapeuta a Roma

Depressione: psicodinamica interna

I sintomi depressivi sono vari nella loro capacità di comparsa fenomenologica, così come nelle loro determinanti eziologiche sia di natura esterna che interna al soggetto che ne fa esperienza. Quindi noi qui non ci dilungheremo in trattazioni ampie e sistematiche, non optando per un approfondimento esaustivo ma dando alcune suggestioni che possano essere d’aiuto nel riconoscimento di alcune forme di patologia depressiva. Prima di tutto dobbiamo ricordare ciò che dice S. Freud a proposito di depressione, ovvero questi parla di uno stato psichico in cui l’investimento libidico, inteso come energia psico-fisica, viene ritirato dal mondo esterno e attirato su di sé, ovvero sul mondo oggettuale interno, quindi comincia una dinamica intrapsichica che vede al centro degli scambi relazionali unicamente il polo di un Io ideale con cui essere in rapporto. Quando parliamo di Ideale intendiamo comunque che ci siano in azione processi psichici di identificazione, ovvero di ricerca di modelli con cui affinare un’identità cui ci si ispira. L’oggetto ideale può essere sia positivo sia negativo, ma l’importante è comprendere che il soggetto inizia ad investire su di sé in modo solipsistico, ovvero del “solus ipse”, in latino “solo con sé stesso”, e ciò sia intendendo l’assenza dell’altro in quanto soggetto diverso da me con cui entrare in relazione, sia l’oggetto intrapsichico con cui avviene l’identificazione nel fenomeno di sintomatologia depressiva. E’ chiaro che il soggetto vive, nel momento stesso in cui investe sul proprio oggetto Sè ideale, una dimensione di ripiegamento narcisistico. Nel caso di un evento luttuoso si potrà avere una depressione che verrà detta reattiva in quanto avviene in reazione ad un evento traumatico esterno. Ma la depressione può riguardare l’oggetto interno perduto e il lavoro elaborativo della perdita è il passaggio necessario per superare il momento critico depressivo. Ogni perdita di fatto comporta un’elaborazione, ogni separazione, ad esempio il conseguimento di un diploma connesso al passaggio d’età o perfino il ritorno da un viaggio in cui si è scoperto qualcosa di prezioso per sé del mondo, implica un’elaborazione depressiva che il soggetto deve poter compiere per sentire di essere cresciuto. In realtà ciò da cui ci si separa ha a che vedere con l’immagine del Sè legata alla relazione o all’esperienza che si è vissuta. Crescendo perdiamo una parte di noi che reintegriamo in nuove configurazioni psichiche cangianti. Si tratta di processi dinamici della psiche.

Non solo si parla di depressione reattiva ma anche di depressione endogena, processo patologico di natura più ingravescente che può portare anche a periodi di ricovero in strutture ospedaliere protette. Qui non siamo di fronte ad un quadro nevrotico o d’incapacità di elaborare una separazione, ma si entra nella dimensione della psicosi, in cui compare una fenomenologia delirante e/o allucinatoria. In tal caso il processo psichico utilizzato è l‘introiezione, ovvero una sorta di inglobamento psichico dell’oggetto negativo con cui poi ci si simbiotizza psichicamente. Ma non ci soffermeremo sui dettagli di sintomatologia né della precedente forma né di questa. Ci interessa maggiormente esplorare ciò che è vissuto nella depressione in relazione allo Spazio-Tempo. Parlando di ciclo ontologico la lezione di psichiatria fenomenologica si riferisce ai tre momenti temporali del passato-presente-futuro. L’essere umano vive contemporaneamente immerso in ognuno dei tre momenti o, potremmo dire, queste tre dimensioni lo attraversano al contempo, sia nel sogno che nella fantasia sia in quella che chiamiamo coscienza della realtà. Nel vissuto depressivo, essendoci prevalentemente un’identificazione o nel peggiore dei casi, una simbiotizzazione, con l’oggetto psichico perduto o morto, il tipo di tempo che prevalentemente ospita il soggetto è il passato, ovvero il soggetto è continuamente voltato all’indietro nella contemplazione di ciò che ha perduto, derivandone uno stato di perenne malinconia. il tipo entusiasta ad esempio sarà chi sosta maggiormente nel presente, che ai suoi occhi rappresenta una continua novità. Mentre chi si sbilancia nel futuro senza sosta ha una esperienza anticipatoria di quello che sta per vivere, in un’esperienza dell’accelerazione psichica, che diremmo maniacale. Il soffermarsi in uno dei tre momenti in maniera prevalente indica uno squilibrio del vissuto temporale, fino alle forme di ciclotimia ovvero maniaco-depressive in cui si oscilla repentinamente dalla depressione malinconica all’eccitamento maniacale, con un vissuto temporale e spaziale ora fermo, statico, devitalizzato, ora quello della velocità del pensiero e della rapidità del movimento e dello spostamento fisico fino all’agitazione, sia nella sua variante di contentezza esasperata che in quella della rabbia espressa in modo plateale. Spesso accade di osservare tali quadri psichici in chi fa uso e abuso di cocaina.

Esiste un’ulteriore forma di depressione che chiameremo anaclitica e che spesso è descritta nei casi di disturbo grave della personalità. Il termine “anaclitica” si riferisce ad una sorta di appoggio psicologico che l’individuo cerca nell’altro, tendenzialmente partner o amici o parenti vicini, reagendo ad una esperienza precoce nell’infanzia di abbandono. Così gli altri e la loro presenza vengono a vicariare un’assenza di struttura psichica e costituiscono un esoscheletro, ovvero una colonna vertebrale psichica, con cui l’individuo può sopperire alla mancanza e al vuoto che lo riempiono dentro. Il vuoto come vissuto può essere soppresso con l’appoggio all’altro in relazioni che a volte ricordano il parassitismo. Per questo genere di problematica l’assetto depressivo si mostra temporaneo e svanisce ogni qual volta si realizzi l’accoppiamento psichico. In tal caso non assistiamo a nessuna elaborazione della separazione dall’oggetto interno che invece di essere assorbita e integrata attraverso la dimensione depressiva viene espulsa attraverso l’inizio di una nuova identificazione con l’oggetto d’amore esterno, che il soggetto riverbera in un’unione simbiotica con quello buono interno.

Ogni forma tra quelle descritte da un punto di vista psicodinamico interno può beneficiare della cura psicoterapica. Nelle forme più gravi o nei periodi acuti dei sintomi, può esservi associata una somministrazione psicofarmacologica. Ma l’esito prognostico non è infausto, tranne in rari casi. Importante è l’intervento con una buona psicoterapia che accolga il dolore depressivo e accompagni il paziente verso una sua trasformazione elaborativa.

Riaperture e ritorno alla normalità: consigli psicologici in pandemia

Cosa significa riapertura, cosa vuol dire ripartenza, come progettare il cambiamento e come prevenire possibili perturbazioni psicologiche, queste ed altre domande si affacciano al nostro sguardo interno mentre ci apprestiamo a ritornare ad un minimo di consuetudine della normalità del quotidiano, così come la vivevamo prima della pandemia. Perché se è vero che non sarà come prima, come spesso si sente dire, nel senso che l’esperienza pandemica ha messo a confronto la psiche collettiva con il morire, nello stesso tempo non possiamo che dire che la vita, come forza di Eros che la anima, non potrà essere fermata e quindi si riaffermerà e vincerà continuando. Affrontiamo quindi il primo ambito, ovvero quello della morte. La morte come evento è qualcosa che sempre ci rappresentiamo ma cui sempre cerchiamo di sfuggire. Ma le parole di Seneca secondo cui “ogni giorno moriamo, ogni giorno una parte della nostra vita si consuma”, ci possono essere di ausilio nel considerare la dimensione trasformativa insita nella morte, che bisogna intendere nel suo proporsi come luogo del mistero, dell’ignoto che inquieta e del cui viaggio extracorporeo – cui da più parti ci si riferisce sia in filosofia socratica, per esempio, relativamente al viaggio dell’anima o psychè, sia in letteratura, sia secondo le diverse confessioni religiose e sia da parte di coloro che hanno avuto esperienze, poi raccontate, di esperienze limite di uscita dal corpo e successivo rientro – possiamo appunto avere immaginazione ma sempre fino ad un punto di riflessione che poi si arresta per approfondirsi e incunearsi come meditazione sull’ignoto. La pandemia dunque ha posto di fronte a tutto il collettivo mondiale, ma direi soprattutto a quello del mondo occidentale, il problema del morire, il quale ha irrotto con frastuono sulla scena della nostra tranquillità tecnologica. E’ vero infatti che tutto l’avanzamento tecnologico e il progresso scientifico fin qui accumulato offrono l’illusione di sconfiggere la morte, ma questa è appunto l’illusione da cui ci siamo risvegliati, a causa del Covid, con la coscienza del morire, ovvero del fatto che l’uomo è mortale. Questa dimensione è profondamente umana e quindi non bisogna adottare una modalità del suo scansamento ma bisogna accogliere la domanda che l’uomo costantemente incontra nel suo cammino: chi sono, da dove vengo e verso dove mi conduco. Evitare questa domanda implica accantonare il senso che ha la vita, in cui si pone la ricerca di senso e di cui fa parte il discorso della morte.

Ma la vita vuole continuare e comunque si impone, perché non può essere fermato il dio che la sostanzia : Eros. Non sono queste solo facili suggestioni tratte dal mondo classico, ma effettive dimensioni in cui opera Amore inteso come spazio dell’incontrarsi e del libero creare. Il vocabolo stesso di ri-apertura ci chiama ad un nuovo passaggio presente nel prefisso “ri”. Cosa si “ri-apre”? Dobbiamo considerare come l’essere si manifesti con apertura, secondo il filosofo Heidegger. La manifestazione dell’essere avviene come disvelamento rispetto al precedente ritiro nel recetto o spazio di accoglienza nascosta, che potremmo dire anche essere la morte. Nel fenomeno l’essere appare – da “fainomai” che in greco antico significa “mi manifesto” – e dopo l’apparizione e il suo massimo fulgore, esso, cioè l’essere, si nasconde nel suo recetto, donde l’apparire e il suo scomparire in una dinamica del divenire. Ad esempio in un fiore che sboccia possiamo vedere l’azione dell’essere che vi abita, nel suo appassirsi quella del suo scomparire, nascondendosi. Quindi noi adesso stiamo andando verso una ri-apertura, ma cosa significa il ri-aprirsi? Forse un delicato passaggio germinativo che abbisogna di cura e lenta ma progressiva frequentazione. La frequentazione qui è da intendersi come sostare presso ciò di cui si ha cura e con cui possiamo sviluppare un rapporto di fiducia che aumenta nel tempo. Non bisogna dunque affrettarsi seguendo l’entusiasmo di chi allenta le briglie del destriero lanciandosi al galoppo, perché questo modo di trattarsi è poco protettivo di sé! Noi tutti abbiamo comunque attraversato un’esperienza di de-privazione e isolamento dati dal distanziamento all’interno delle abitazioni e lontano dai rapporti amicali o parentali, evitando il contatto corporeo che nutre psichicamente, oltre che somaticamente perché responsabile della liberazione di endorfine. Dunque siamo più fragili e affamati, e così come ci si orienta in caso di de-nutrizione, allo stesso modo non si recupera tutto il fabbisogno perduto con una scorpacciata, anzi il movimento di reintegrazione nel ritmo di vita e di socialità deve seguire un accostamento, cioè un avvicinarsi, per rendere possibile la rinascita. Il gettarsi nel bel mezzo della ripresa a tutta velocità può condurci a disturbi del tono dell’umore, che poi potrebbero portarci ad esporci a situazioni che non riusciamo a mettere sotto il controllo della coscienza vigile. Ad esempio è bene accorgersi della velocità con cui procediamo in automobile, certe insofferenze ai semafori nell’attesa della luce verde debbono indurci a cambiare una tendenza interiore ad accelerare, al non voler attendere perché il tempo ci sfugge come sabbia tra le dita. Tali percezioni di sé possono servire da automonitoraggio per attenuarsi e ristabilire un buon andamento interno che sia rispettoso di una propria disponibilità ad ascoltarsi. L’ascolto di sé in questo momento di ripresa diviene l’ingrediente principale per gustare ogni aspetto dell’esistenza, dal nutrimento degli alimenti al nutrimento delle relazioni. Potrebbe capitare, durante l’ascolto di sé, di recepire o entrare in contatto con paure verso il futuro ignoto o con un sentimento di melanconia relativa ad esperienze che riaffiorano con associato un senso di perdita irrecuperabile. Bisogna considerare che tali oscillazioni fanno parte del processo elaborativo, quindi è importante darsi del tempo, un tempo non con scadenza ma in cui lasciare decantare le proprie dimensioni fantastiche e di riflessione. Il tempo della condivisione sembra essere quello maggiormente curativo in questo momento post-pandemico. Le relazioni hanno sofferto l’assenza e la privazione prolungata, per ciò anch’esse debbono trovare ristoro progressivo e non lanciato sulle direttrici del compensare con esperienze ordaliche e eccitatorie il tempo perduto, consumando, come fa il fuoco con il tizzone ardente, le energie rappresentate alla propria psiche e a quella degli altri come represse e compresse, cui dare finalmente sfogo. Anche le relazioni hanno bisogno del processo elaborativo che può, ed è meglio che sia, condiviso in un rapporto protetto in cui scambiarsi impressioni, ricordi pre-pandemici, ed esperienze durante la pandemia, in modo da ri-dischiudere lentamente la speranza nel futuro. Piccoli regali, delicate gentilezze, accortezze premurose possono essere il leit motiv di una cura delle ferite che avviene in comune, ognuno per la parte di proprio dolore di cui è portatore. Le “carezze” positive sono un unguento portentoso per aiutare l’elaborazione personale in dialogo con un collettivo più lento del singolo individuo. La lentezza dei processi elaborativi del collettivo rispetto a quelli individuali è proverbiale da un punto di vista psichico. E’ infatti una costante nella storia umana notare come si instaurino degli automatismi deleteri da cui è faticoso uscire. L’automatismo psichico può costituirsi sia nel singolo che nel collettivo e in quest’ultimo caso il processo di uscita dal meccanismo automatico è più lento. Ad esempio uno degli automatismi collettivi sembra essere una paura, che chiameremo fobia, rispetto alla possibilità di cadere malati, una sorta di ipocondrizzazione che già da tempo è reperibile nei comportamenti di una larga fascia di popolazione. Mi riferisco non, ovviamente, alle dovute precauzioni contro il rischio di contagio, quanto ad un uso sconsiderato dei dispositivi sanitari, come mascherine e prodotti igienizzanti di cui spesso si abusa con conseguenti escoriazioni epidermiche, ben oltre quelli che sono i consigli dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità). In questo ambito molti soggetti vivono ormai reclusi in casa senza uscire, per una sindrome depressiva che è mascherata con evitamento sociale per paura del contagio, che a quel punto è divenuto psichico.

In ultimo si dovrebbe meditare su quel detto di Epicuro, filosofo greco del IV sec. a. C., che diceva press’a poco così : “quando c’è la morte io non ci sono, quando io ci sono, la morte non c’è!”.

DAD: nocività psicologica in infanzia e adolescenza

Purtroppo con l’avvento della pandemia da Covid-19, si è avverato quello che da qualche tempo correva di bocca in bocca tra molti, ovvero la possibilità di lavorare da casa per molte fasce di popolazione in possesso dei dispositivi elettronici, e per molte famiglie di vedere i loro figli chiusi nella loro stanza mentre seguono le lezioni on line. Il parere che qui esprimerò non è di un pregiudiziale rifiuto e condanna della metodica dad, se di metodo possiamo parlare, ma delle differenze rispetto all’apprendimento dal vivo e delle conseguenze sulla vita psichica e quindi sullo sviluppo psicologico del bambino e dell’adolescente che seguono programmi d’istruzione da remoto.

Prendiamo ad esempio un bambino di quarta elementare che usi la DAD! Osserviamo come si dispone di fronte allo schermo: tendenzialmente lo fissa e vi scorge dei riquadri o icone che ritraggono i suoi compagni, visibili solo dal busto in sù, c’è chi ride, chi saluta, chi non sta fermo sulla sedia e si alza di continuo, il genitore tenta di riprenderlo e farlo sedere di nuovo, altri scrivono o giocano con altri dispositivi on line, come la play station, collegandosi fra loro. Una figura umana adulta tra le icone dei bambini legge qualcosa con gli occhi bassi sul testo, è la maestra! Le altre facce dei bambini sono mobili e non ricordano quella focalizzazione indicata da un leggero reclinare del volto e dallo sguardo intenso che segue chi parla, la maestra appunto diventa una figura tra le figure dei bambini, perde la sua magica dimensione dell’alto e del grande che insegna, così come ricordiamo da adulti rivedendoci da piccini. L’attenzione come processo psicologico che motiva all’apprendimento, rinforzandone la memoria iconica ed ecoica, muta forma virando verso un modo di guardare l’altro secondo le regole percettive che impone la bidimensionalità dello schermo piatto. La fluttuazione dello sguardo dei bambini, che non si fermano in una postura dell’interesse e della curiosità o dell’applicazione seria e finalizzata con cura e dedizione, è preminente, così come predomina il movimento continuo della testa e l’impossibilità di percepire la profondità del mondo di esperienza: tutto è superficie e come tale esplorabile in orizzontale o in verticale, ma sempre secondo una direttrice lineare che non prevede l’allungamento dello sguardo verso altre dimensioni del soggetto di relazione, quindi escludendo un approfondimento conoscitivo che sicuramente la voce guida e veicola, ma il volto iconizzato e statico non favorisce. Lo sguardo in particolare non può incontrare lo sguardo degli altri compagni né quello della maestra, perché il campo dell’inquadramento della telecamera non coincide con il focus dello sguardo che guarda l’altro sullo schermo e che a sua volta guarda il proprio schermo senza però incontrare l’occhio del compagno di scuola. Quindi si tratta comunque di incontri mancanti, cui ci si avvicina per approssimazione immaginifica, ovvero dove la componente immaginativa informa la percezione più fortemente della visione diretta e focalizzata. Soprattutto la dimensione vissuta di gruppo ovvero del fare parte di un gruppo vivente e semovente di cui il singolo percepisce di fare parte con il proprio corpo come corpo di relazione con gli altri, cambia e diviene maggiormente tendente all’icona di gruppo quasi come una foto di gruppo statico in cui la propria figura è inserita e nella cui ampiezza si cerca di riconoscere i singoli individui e anche sé stessi. Ovvero manca quella percezione di me come soggetto insieme ad altri che mi sono accanto. Diciamo dunque in generale che non è auspicabile, anzi è sconsigliabile, un apprendimento in età scolare attraverso il computer a distanza. Se possiamo riconoscere che sono possibili alcune sessioni dell’apprendimento, come ad esempio questionari con figure, elaborati scritti, ascolto di lettura o esecuzione di calcoli aritmetici, in realtà tale genere di azioni sembrano lasciare segno mnestico di minore intensità, proprio perché i processi attentivi e di memoria necessitano del mondo relazionale e del fatto della condivisione, che riguarda il corpo e il movimento, l’essere al banco e copiare dalla lavagna, andare alla cattedra vicino alla maestra per mostrarle il compito eseguito, correggersi mentre si guarda il compagno, ridere per uno scherzo o piangere per fastidio o per un litigio. In realtà noi apprendiamo stando insieme fin da piccoli. I neuroni specchio sono neuroni motori, ovvero associati al movimento, ed essi sono appunto quelli che ci informano, attraverso la visione, delle caratteristiche mutevoli del mondo relazionale e cui noi possiamo conformarci attraverso minuscoli aggiustamenti e approssimazioni allo stimolo percepito. Questa dimensione di apprendimento speculare ad esempio non può avvenire tramite la DAD, perché nella DAD vi è l’impossibilità di percepire le micro modificazioni delle espressioni della mimica facciale, ad esempio, che sono materia prima per l’apprendimento emotivo.

Se questo è vero per i bambini in età di scuola primaria, possiamo dire che, oltre ai fenomeni descritti, altri ne scorgiamo in adolescenza, sempre relativamente alla DAD. Se col mondo infantile osserviamo che la DAD non favorisce i processi di rispecchiamento e modulazione emotiva, quindi rendendo il fanciullo un’icona dematerializzata cui non corrisponde la coscienza di essere e avere un corpo di relazione, in adolescenza si avvera con la DAD l’esperienza di remotizzazione del Sè, dovuta al distanziamento sociale che la accompagna, e il conseguente isolamento con possibili esiti depressivi. L’adolescente infatti attraversa il cambiamento per eccellenza, una trasformazione che nella ragazza generalmente avverrebbe endopsichicamente, ovvero nella costituzione di una verticalità interna relativa ad una crescita prominente della profondità del lato sentimentale e relazionale vissuto in un’ atmosfera interiore, mentre nel ragazzo il mutamento sembrerebbe più essere orizzontale con la maturazione di rapporti vissuti con l’ambiente ovvero proiettati all’esterno con azioni e interazioni espresse sul piano frontale. Naturalmente questa è una dicotomia che possiamo considerare come linea di massima e al suo interno dobbiamo altresì comprendere le innumerevoli variabili soggettive che esulano da qualsiasi classificazione di genere. Tuttavia l’inquadramento delle trasformazioni in atto nell’adolescente, che riguardano prima di tutto il corpo vissuto nel suo piano estetico, ovvero di percezione esterna/interna – perché sappiamo che la percezione interna del corpo può non corrispondere alla percezione esterna anzi possono subentrare alterazioni percettive dell’un versante sull’altro – sono la conferma di quanto sia necessario l’incontro con lo spazio dei pari e con lo spazio degli adulti. Sono due i mondi con cui l’adolescente è chiamato costantemente al confronto: il mondo dei pari e il mondo degli adulti. Entrambi questi mondi psichici e corporei debbono poter essere contattati nelle infinite declinazioni dell’incontro. Nell’incontro avviene la condivisione come esperienza e l’esperienza dell’altro diverso da sé o simile a sé. Si costituiscono così forme dell’identità che poggiano sulla possibilità di esperire quel determinato momento di relazione. Ogni momento può essere folgorante, intenso e può consentire aperture del Sè al nuovo, sia con le sfumature del piacere che del dolore. Ogni tempo vissuto si inscrive in uno spazio preciso: di fronte a scuola, a ricreazione lungo il corridoio, durante il compito in classe, all’uscita di scuola, nel tragitto per arrivarvi, durante l’assemblea d’istituto, e ogni luogo ha i suoi sguardi e i suoi avvicinamenti prossemici, i suoi distanziamenti scelti come rifugio o come risultato di un’esclusione, le sue iniziative di gruppo che ogni singolo può osservare e fare proprie o ricusare, una dimensione del gruppo che nell’adolescenza si fa più mobile. Basti guardare come un gruppo di adolescenti occupa uno spazio quando vi accede: via via si amplia l’ampiezza del suolo occupato e benchè ci si trovi a farne parte, si noterà come si è invisibili, essendo adulti, al loro circuito di sguardi che esplora infinitamente ma ha dei confini precisi di inclusione unica verso i coetanei.

Con la DAD tutto questo viene a mancare! Il vuoto di sguardi d’incontro regna sovrano, la voce diventa indizio ma non conforta, la prestazione è unico parametro e la remotizzazione apre le porte al sentimento di solitudine come il sentirsi soli sulla terra senza l’aiuto di nessuno. Già l’adolescente sperimenta profondamente questo vissuto, poiché deve affrontare la separazione dal mondo dell’infanzia per avvicinarsi al mondo adulto, che corteggia ma anche avversa per differenziarsene e passare dalla condizione di bambino-figlio a quella di giovane soggetto in grado di essere autonomo e con un proprio mondo differente dal genitore. Quindi tale dimensione luttuosa della crescita verrebbe ad essere amplificata dal distanziamento psicologico e fisico che detta la DAD, con la sua procedura di connessione telematica che non corrisponde a nessun ritmo di incontro tra esseri umani. L’isolamento può portare, nei casi gravi, ad una vera e propria sindrome riconosciuta in ambito psicopatologico : la sindrome di Hikikomori, termine giapponese che significa “ritirarsi”, evidenziata all’inizio tra i ragazzi giapponesi ma ora presente anche in occidente. Nell’hikikomori il giovane tende a vivere nella propria camera, che deve rimanere chiusa all’accesso di altri, fino a non uscirne più, mangiare e lasciare rifiuti dentro la camera, comprese le proprie deiezioni. Il quadro può essere più o meno grave di quello descritto per brevità qui sopra, ma è sufficiente per comprendere lo sfondo depressivo e di chiusura autistica in cui l’adolescente può incorrere se non osservato nel comportamento di ritiro. E’ ovvio che non è la DAD la causa dell’Hikikomori, ma è importante sapere come l’isolamento e il distanziamento siano correlati al disturbo depressivo in adolescenza e quanto importante sia il monitoraggio di alcuni parametri relazionali che abbiamo brevemente enunciato sopra.

La Maschera e il Soggetto

Uno dei più grandi drammaturghi d’Italia, ammirato e letto anche fuori dai confini nazionali, è senza dubbio Luigi Pirandello. Opere come Uno Nessuno Centomila, Sei Personaggi in cerca d’autore, Il Fu Mattia Pascal, richiamano subito alla nostra memoria il grande tema affrontato dal romanziere, la maschera e il soggetto che vi sta sotto, ambito che è di massima pertinenza psicologica, come si può intuire. Fu il teatro greco antico che concepì per primo la dimensione di “maschera” propria alla condizione di ogni essere umano che vive nella società. In effetti per essere nel collettivo è necessario indossare una maschera: nel lavoro ad esempio, la “maschera” potrebbe coincidere con il ruolo che si viene a coprire: il preside, l’infermiera, il pasticciere, l’avvocato, etc. etc… Una volta però individuato il nesso di significato tra ruolo e maschera, non ci è ancora chiaro in cosa consista la maschera da un punto di vista psichico. Anche nel teatro di Plauto, commediografo latino del 200 a.C., troviamo l’uso di maschere ognuna relativa ad un personaggio fisso delle commedie, come il “servo furbo”, il “parasitus” o parassita avido, ” il “lenone” o commerciante di schiave, la “matrona” o donna sposa e madre, il “senex” o il padre nobile, di solito bonario, o la “meretrix” o cortigiana e l’ “adulescens” o giovane perfetto o ardito etc… . Come si vede ci avviciniamo a comprendere ciò che era la rappresentazione di personaggi fissi intorno ai quali si costruiva la narrazione della storia che andava in scena. Quindi iniziamo a capire la caratteristica di fissità come insieme di qualità psichiche ricorrenti che gli spettatori si aspettavano che quel determinato personaggio impersonasse, suscitando riso o sconforto e pianto, o costernazione e meraviglia o gioia. Dobbiamo considerare che furono appunto i Greci del VI secolo a. C. coloro da cui ereditiamo l’arte rappresentativa del teatro, dando vita alla tragedia, opera scritta da un autore che si distingueva o attraverso agoni o per la sua fama data dal successo di pubblico; tragedia che aveva al suo interno un nucleo mitico riguardante storie di eroi ed eroine, con intervento di dei (da cui il celebre detto, usato anche da noi esseri umani del 2021, di “deus ex machina”, riferendosi con ciò al dio, impersonato da un attore, che emergeva dal pavimento o dalle quinte della scena e risolveva o nel bene o nel male, un conflitto irresolubile tra eroi o tra eroi e comunità), e che dalla tensione che via via aumentava con il pathos della storia, finiva poi con il sacrificio in morte di uno o più protagonisti della narrazione. La presenza di un Coro che danzava e cantava era dovuta alla legge della città o della collettività che commentava le azioni e il destino dei personaggi tragici. Ma ciò che ancor più richiama la nostra attenzione è la maschera che indossava l’attore: essa aveva un volto che ricalcava i dettami iconografici del personaggio rappresentato, aveva in particolare un grosso foro a livello della bocca, come scavato ad imbuto o cono con base all’esterno, in modo da far passare la voce e quindi amplificarla verso gli spalti, grazie anche alla conformazione dell’anfiteatro che assicurava l’audizione fin sopra l’ultima fila di seggi. La maschera era detta dai latini Persona, perché attraverso l’apertura consentiva all’attore di “per-sonare” ovvero far risuonare attraverso la maschera la sua declamazione di strofe per il dramma in scena. Ora che abbiamo questi elementi, possiamo cercare di riflettere sul senso che la “maschera” ha nella dimensione dello psichico. Essa sarebbe una forma di superficie che sembra a tutta prima identitificare il soggetto ma non per questo lo esaurisce o lo identifica totalmente. Anzi, noi potremmo asserire che la maschera, o meglio, le varie maschere che ogni individuo adotta inconsapevolmente durante l’esistenza non coincidono con ciò che questi è autenticamente! Per C.G. Jung la “Persona” è una rappresentazione o più rappresentazioni di carattere inconscio, da cui il soggetto durante la vita ha il compito di differenziarsi per giungere al o personalità totale. Questo Jung chiama Processo di Individuazione, ovvero l’incontro con la Persona o maschera inconscia che può essere relativa a rappresentazioni copionali, ovvero fisse e ripetute automaticamente, della storia personale o rappresentazioni psichiche più concernenti il collettivo, che il soggetto assume su di sé identificandocisi inconsapevolmente. Per questo il processo di individuazione avviene attraverso l’incontro con la propria maschera inconscia, che si presenta al soggetto durante i sogni o nelle fantasie o nelle opere creative e che, se giunta al processo di consapevolezza, può essere elaborata attraverso un riconoscimento che parte dalla maschera che si è impersonata nella propria storia o nel rapporto con la comunità. Si potrebbe parlare anche, con lo psicoanalista inglese D.W. Winnicott, di Vero Sè e Falso Sè, proprio riferendoci, col primo, al processo di adeguamento del soggetto a forme di compiacenza all’ambiente, negando i propri processi creativi e originali od originari e preferendo adattarsi alle richieste dell’ambiente, col secondo invece alludendo alla ricerca dell’espressione di una propria individualità differente dagli altri e dalle immagini inconsce derivanti dalla maschera indossata. E’ importante focalizzare il processo psicologico del rappresentare, cioè sarebbe proprio nel momento in cui io incontro nel sogno una maschera di me stesso, che non conoscevo e che precedentemente abbiamo visto anche coincidere a volte con l’Ombra (v. articolo: Il Sogno: L’Ombra e l’Individuazione), che posso rappresentare a me stesso quell’immagine da cui mi separo perché vedo a distanza e quindi posso individuarmi da questa rappresentazione. Viceversa, se non posso rappresentare alcunché, posso essere posseduto dalla Persona o Maschera e agirò secondo ciò che detta quella rappresentazione cui mi sono inconsapevolmente adeguato. Facciamo un esempio molto reperibile nell’esperienza di vita. Si è trovata una certa tendenza, in chi affronta il percorso di pensionamento, alla depressione. Improvvisamente giunge il periodo, che nelle battute da bar si sente ripetere come desiderato ardentemente, ovvero quello in cui ci si ritira a vita privata cessando il proprio impiego, e lo si saluta con feste rituali e ricchi regali dei colleghi che motteggiano un “beato te che ti vai a riposare!”. Subito dopo però la persona in pensione può iniziare a sentire la propria vita senza un senso. La perdita di senso può originare dal processo di lutto che l’individuo affronta rispetto alla propria maschera di professore o di ingegnere attivo, che ora non si avverte più avere un luogo di riconoscimento tra i colleghi o nel mondo precedentemente frequentato. Ecco allora che il lutto della maschera coincide con il lutto della propria identità. L’individuo si sente perduto, non trova più il desiderio nei confronti di un futuro sentito come definitivamente occluso ed è allora che subentra il sintomo depressivo. In realtà il soggetto stesso ha mancato l’incontro con le rappresentazioni di sé relative alla maschera e le ha fatte coincidere con il senso del proprio vivere, senza riflettere su quali fossero le sue profonde aspirazioni alla realizzazione al di là dei ruoli, sia sociali che familiari. In tal caso ciò che non è stato elaborato è la componente collettiva della Persona. Ma cosa è effettivamente il Soggetto? Può esserci di aiuto in questo l’etimologia del termine, che nel latino è subjectus e in greco è upokeimenon: in entrambi la traduzione significa letteralmente “ciò che giace sotto”. quindi il Soggetto è ciò che si sottrae ad un ultima determinazione, ad una definizione unica, che sia per sempre, ma proprio per la sua natura dello “stare sotto”, esso sfugge ad una fissità ed è invece sottoposto alla legge del divenire. Ne consegue che il processo di individuazione, come sentiero esistenziale che porta all’espressione del Sè, può durare per tutta la vita, poiché continuamente l’individuo conoscendo parti di sé ed esprimendole, muta costantemente il proprio orizzonte. Si evidenzia cosi la dimensione dell’Orizzonte, in tal caso inteso come confine interiore che sempre si amplia mentre ci muoviamo dentro di noi. La psicoterapia si configura essa stessa come via entro cui si sperimenta il mutamento d’orizzonte e la conoscenza del Sè, che potrà così esprimersi, e l’individuo non esiterà in blocchi sintomatologici.

Identità e Identità di Genere: alcune delucidazioni

Si delineeranno di seguito alcuni punti cardine relativi all’identità. L’identità è tra le figure della psicologia del profondo e sotto tale angolatura noi cercheremo di osservarne il profilo. Prima di tutto ricordiamo la sua etimologia, che risalirebbe al tema verbale greco antico di Vid, che riguarda la visione, ciò che si percepisce con gli occhi. Anche idea sarebbe derivato da tale radice, poiché si vede con l’occhio della mente. L’identità quindi confina molto con la visione, una percezione di sé che può partire dall’esterno, come volto e come corpo e come immagine psichica, come ciò che ci si sente di essere, sia pubblicamente e con gli altri, sia privatamente e in rapporto a sé stessi. In generale l’identità esprime il senso dell’Io e con esso il discorso della volontà di continuità, cioè del voglio continuare ad esistere nel tempo. Dell’identità fa parte la scelta dell’azione, nel senso che sono proprio Io a decidere ciò che scelgo per me. In questo ambito si pone la crisi come sosta di fronte alla scelta, poiché ogni scelta e ogni decisione riguarda il separarsi da qualcosa o da qualcuno in vista di qualcos’altro o qualcun’altro. Quindi ogni processo di decisione implica una separazione e per questo si può dire che nella scelta l’essere umano esperimenta il senso del tragico. Ogni scelta è tragica perché rinuncia a qualcosa che ci riguarda profondamente. Questa scelta è operata dall’Io ed è inclusa nella sfera dell’identità. Ovvero la scelta mi caratterizza, non tanto e non solo di fronte al mondo degli altri, ma soprattutto di fronte a me stesso e alla mia storia passata e al mio presente-futuro, poiché mi dà un’orizzonte verso cui mi dirigo. Anche la Legge, come istanza normativa psichica, viene con la crescita interiorizzata, riguardando la misura di un limite, che nelle patologie della dipendenza farmacologica e bulo-anoressica, come in quella antisociale e per altri versi psicotica, resta vacante, ovvero non rappresentata a livello psichico perché non interiorizzata. Tale istanza normativa, che chiameremo SuperIo, può anche avere la caratteristica repressiva e punitiva, in tal caso agendo come tabù nei confronti del mondo desiderante del soggetto, che viene così ad avere una vita apparentemente retta e senza ombre mentre coltiva aree di ribellione interna che possono sfociare poi in sintomatologie di sofferenza psichica e somatica. Dunque anche la superfetazione dell’Io come istanza morale può andare ad influire sull’identità del soggetto. Il soggetto dovrà allora affrontare la falsa identità e la vera identità, attraverso l’incontro con la Maschera psichica ( v. articolo seguente sulla “persona”). E’ importante inoltre ricordare ciò che diceva il filosofo M. Heidegger relativamente all’identità e all’identico: il medesimo non si identifica mai con l’uguale – intendendo per uguale il senza differenze – ma il medesimo si lascia dire solo quando è pensata la differenza! Ciò ci introduce nel discorso sull’identità di genere. Quando si parla di identità di genere, dobbiamo considerare che il genere stesso è una dimensione non netta né precisamente definita secondo una linea orizzontale che vede ai due estremi i due generi maschile e femminile. Nè possiamo collocare il genere maschile sul polo maschile o quello femminile al suo opposto. E’ chiaro che qui ci stiamo riferendo ad una prospettiva essenzialmente psichica: cioè noi non possiamo affermare con sicurezza determinante che la dimensione sessuale del genere a livello psichico sia esclusivamente o maschile o femminile. Ciò che si sperimenta in effetti è la tensione di tropismo verso l’uno e l’altro polo in misura diversa e con intensità diversa, contemporaneamente o alternativamente, ma anche secondo un prevalere ora dell’una ora dell’altra scelta. In psicologia dinamica si parla dunque di scelta oggettuale, intendendo per oggetto l’oggetto d’amore. Questa scelta può preferire un polo maggiormente ma ciò non significa che questa, frutto della scelta, sia una dimensione psichica netta, anzi noi potremmo dire anche che essa è oscillatoria psichicamente. Lo psichico in questo senso, proprio per la sua natura di soffio (psyche in greco significa “soffio” e “farfalla”), si sottrarrebbe ad una determinazione unica che la ingessi e la solidifichi unidirezionalmente, ma molte oscillazioni in tal senso potrebbero essere percorse dallo psichico. Naturalmente quanto più le oscillazioni sono intense e veloci tanto più il soggetto vive in un tempestoso flusso del vissuto emotivo e umorale, come se potessimo visualizzarlo in un grafico tipico di un oscilloscopio con onde a picco up down. Per questo possiamo parlare di differenze dell’identità, perché all’interno stesso del fatto identitario possono essere sperimentate differenze della qualità psichica oltre che della sua intensità. Esistono poi le differenze tra soggetto e soggetto. Entrambi nella relazione interpersonale cercano di scoprire l’identità dell’altro, essendo questo il più grande e affascinante motivo di conoscenza. Infatti se c’è qualcosa della propria identità che sfugge e si nasconde, allora anche l’altro per me ha un fondo di inconoscibilità, ed è questo stesso fondo di mistero ciò che attrae nella ricerca dell’altro diverso da me e dunque a me sconosciuto e a cui voglio tendere.

Il Sogno : l ‘Ombra e l’ Individuazione (parte 3).

Durante il sogno, il sognatore può venire in contatto con la propria Ombra. Si riprende qui la concezione di C. G. Jung e del suo studioso M. Trevi, secondo cui viene elaborata la dimensione dell’Ombra come realtà della vita di ognuno. Essa viene raffigurata in sogno, ora nel suo aspetto immaginale e metaforico, che prende sembianze via via di personaggi che mutano a seconda dell’integrazione elaborativa alla coscienza, ora come simbolo che lega e mette insieme le polarità psichiche. Essa è luce di un corpo che richiama la sua parte in oscurità che di quello costituisce il limite e la definizione. Infatti, per comprendere ancora più a fondo, il termine greco antico “schià”, che traduciamo come “ombra”, ha anche il senso più sfumato di “contorno”, “profilo”, “penombra”, quasi a voler dire che l’ombra dà, con il suo chiaro-scuro del profilo o del limite tra luce e oscurità, una definizione psichica. Quindi la proprietà dell’Ombra ha una valenza plurima, perché se da un lato indica i contenuti personali che sono nell’oscuro dell’inconscio e che si sottraggono alla luce della coscienza, al contempo quando l’Ombra prende le sembianze di ciò o di colui/colei che si presenta al sognatore, essa delinea la pienezza di una differenziazione psicologica per cui dallo spurio, non scartato e non segregato nell’inconscio, si accede ad una ricchezza trasformativa dell’individuo tutto. Facciamo qualche esempio per delucidare e andare avanti nel discorso. Può accadere di sognare un uomo zingaro che ci avvicina, si fa imperioso o brusco nei modi con noi, vestito con indumenti che lo infagottano o con un volto di cui non si riconoscono i connotati precisi, che parla una lingua sconosciuta, straniera e che ci costringe a delle azioni che non gradiamo o che temiamo e che ci mette in fuga. Oppure possiamo ritrovarci in un villaggio di uomini antichi, tribali, che si muovono in modi differenti da quelli occidentali e invece di parlare una lingua di ospitalità, sembrano ostili, rabbiosi per non essere compresi da noi nel discorso che stanno compiendo al nostro cospetto. In questi due casi, ad esempio, l’Ombra emerge dall’inconscio prendendo le sembianze di stranieri, ora singoli, ora di gruppo, ma ciò che interessa osservare è l’essere straniero di queste componenti psichiche, come se si stesse parlando di parti psichiche sconosciute al soggetto e alla sua coscienza. Questo manifestarsi dell’Ombra è fatto molto positivo, poiché le consente di presentarsi alla coscienza, quindi di essere raccontata, conosciuta, dunque integrata e progressivamente elaborata. La sfumatura emotiva di paura del soggetto intimorito per la rudezza dei modi o l’aggressività che indicano i gesti dell’Ombra, potrebbero altresì riguardare il fatto che il sognatore non ha riconosciuto queste sue parti che quanto più sono neglette e tenute lontano dalla coscienza, cioè inascoltate, tanto più importunano e tendono a imporsi sul soggetto, minacciando invasioni della coscienza, che poi noi potremo chiamare sintomi. Oppure in sogno ci vediamo arrivare un gatto che ci si fa dinanzi miagolando e che pian piano inizia a crescere a dismisura fino a raggiungere dimensioni giganti che ci superano in grandezza in modo spropositato. In tal caso si potrebbe pensare a quanto il soggetto stia mettendo da parte il mondo istintuale rappresentato dall’animale felino, che cosi cerca di giganteggiare nello spazio onirico, per compensare l’esiguità di spazio donato allo stesso mondo istintuale dalla coscienza. Oppure sognare un treno mastodontico, la cui locomotiva avanza verso il sognatore, può voler rimandare all’azione massiccia di un Superio, ovvero di un’istanza repressiva psichica, molto importante sul mondo desiderante del soggetto che ne resta schiacciato. Insomma gli esempi qui possono essere guida al comprendere come l’Ombra cerchi una propria rappresentazione che la Coscienza possa accogliere facendone nuovo senso differenziante e di crescita arricchente per il Sè quale personalità totale. La non recettività delle parti psichiche-Ombra da parte del soggetto, condurrebbe ad un’inflazione dell’Io, ovvero un risalimento di quei contenuti negati alla coscienza, mettendo dunque l’io a dura prova di tenuta, perché invaso e colonizzato da quegli stessi contenuti inconsci.

Sognare di incontrare l’Ombra significa per il soggetto procedere nel processo di Individuazione. Per Jung il soggetto, per tutto l’arco della vita, ha il compito dell’individuazione relativamente alle strutture psichiche inconsce, che arricchiscono ma ostacolano al contempo la sua realizzazione individuativa. Per dar corso al processo di individuazione, l’individuo deve affrontare l’incontro tra l’Io e l’Inconscio, quest’ultimo articolato secondo la fenomenologia dell’Ombra personale e delle immagini archetipiche. Il dialogo creatore che ne deriva riguarda l’integrazione di parti dell’inconscio alla coscienza. Jung ha studiato attraverso i disegni dei suoi pazienti i movimenti di individuazione psichica che si rendono visibili attraverso successive modificazioni contenutistiche pittoriche, soprattutto nel disegno dell’albero. Il soggetto sviluppa nella rappresentazione arborea l’andamento di alcuni complessi psichici, il loro orientamento, la loro minore o maggiore espansione verso l’alto, come dimensione dello spirito volto ad aspirazioni sublimate, o verso il basso, con preponderanza di radici rispetto alla chioma ad esempio, come segno di un’esistenza maggiormente introversa verso il polo inconscio poco espresso, oppure si volge allo sviluppo di nuovi processi di consapevolezza integrata evidenti in nuove gemmazioni arboree oppure può disegnare via via un ingrossamento del fusto come forza dell’Io, o siglare con alcuni nodi del legno i traumi vissuti o i complessi irrisolti nel ciclo di vita. Pensiamo ad esempio all’Albero di Jesse o Albero della Vita, simbolo archetipico per eccellenza, in cui è rappresentata la schematizzazione dell’albero genealogico di Gesù a partire da Jesse, padre del re David, spesso raffigurato dormiente alla base del fusto, personaggio importante nelle tre religioni, cristiana, ebraica, islamica. Tale immagine archetipica può ben farci comprendere come sia presente nella raffigurazione dell’albero il nesso genealogico dell’individuo in chiave transgenerazionale, ovvero attraverso le generazioni che l’hanno preceduto. I girali dei rami vanno verso l’alto e in orizzontale. Anche G. Klimt ne ha dato una propria interpretazione pittorica in “Giallo Blu Rosso”, dipinto del 1909 (v. immagine in evidenza). In ogni caso l’albero come rappresentazione dello psichico ne raffigura lo status vibratile e di soffio, che ondeggia e si salda, che tramuta e prende forme variegate nel fogliame e nella struttura del tronco e delle radici. Ricordiamo qui anche il complesso scultoreo del Bernini, visibile presso la Galleria Borghese a Roma, di Apollo e Dafne. Nel momento in cui Apollo, colto da amore, ha ormai toccato Dafne, che vuole sfuggirgli, ella si trasforma in Lauro (che in greco antico è appunto “dafne”). Si potrebbe qui intravedere il complesso psichico della “coniunctio” o congiungimento, nella sua dinamica opposizione individuativa data dalla metamorfosi arborea con cui Dafne si sottrae all’abbraccio di Apollo in sembianze umane. Ciò farebbe pensare alla dimensione di tensione dialettica degli opposti psichici, in tal caso tra simbiosi e differenziazione, tipici del fenomeno psichico individuativo. D’altronde il motivo dell’abbraccio ricorre, secondo il trasmutare pervasivo dell’inconscio archetipico, anche nell’opera di G. Klimt (guardando il dipinto sulla destra).

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