Pietro Salemme

Psicologo Psicoterapeuta a Roma

La Maschera e il Soggetto

Uno dei più grandi drammaturghi d’Italia, ammirato e letto anche fuori dai confini nazionali, è senza dubbio Luigi Pirandello. Opere come Uno Nessuno Centomila, Sei Personaggi in cerca d’autore, Il Fu Mattia Pascal, richiamano subito alla nostra memoria il grande tema affrontato dal romanziere, la maschera e il soggetto che vi sta sotto, ambito che è di massima pertinenza psicologica, come si può intuire. Fu il teatro greco antico che concepì per primo la dimensione di “maschera” propria alla condizione di ogni essere umano che vive nella società. In effetti per essere nel collettivo è necessario indossare una maschera: nel lavoro ad esempio, la “maschera” potrebbe coincidere con il ruolo che si viene a coprire: il preside, l’infermiera, il pasticciere, l’avvocato, etc. etc… Una volta però individuato il nesso di significato tra ruolo e maschera, non ci è ancora chiaro in cosa consista la maschera da un punto di vista psichico. Anche nel teatro di Plauto, commediografo latino del 200 a.C., troviamo l’uso di maschere ognuna relativa ad un personaggio fisso delle commedie, come il “servo furbo”, il “parasitus” o parassita avido, ” il “lenone” o commerciante di schiave, la “matrona” o donna sposa e madre, il “senex” o il padre nobile, di solito bonario, o la “meretrix” o cortigiana e l’ “adulescens” o giovane perfetto o ardito etc… . Come si vede ci avviciniamo a comprendere ciò che era la rappresentazione di personaggi fissi intorno ai quali si costruiva la narrazione della storia che andava in scena. Quindi iniziamo a capire la caratteristica di fissità come insieme di qualità psichiche ricorrenti che gli spettatori si aspettavano che quel determinato personaggio impersonasse, suscitando riso o sconforto e pianto, o costernazione e meraviglia o gioia. Dobbiamo considerare che furono appunto i Greci del VI secolo a. C. coloro da cui ereditiamo l’arte rappresentativa del teatro, dando vita alla tragedia, opera scritta da un autore che si distingueva o attraverso agoni o per la sua fama data dal successo di pubblico; tragedia che aveva al suo interno un nucleo mitico riguardante storie di eroi ed eroine, con intervento di dei (da cui il celebre detto, usato anche da noi esseri umani del 2021, di “deus ex machina”, riferendosi con ciò al dio, impersonato da un attore, che emergeva dal pavimento o dalle quinte della scena e risolveva o nel bene o nel male, un conflitto irresolubile tra eroi o tra eroi e comunità), e che dalla tensione che via via aumentava con il pathos della storia, finiva poi con il sacrificio in morte di uno o più protagonisti della narrazione. La presenza di un Coro che danzava e cantava era dovuta alla legge della città o della collettività che commentava le azioni e il destino dei personaggi tragici. Ma ciò che ancor più richiama la nostra attenzione è la maschera che indossava l’attore: essa aveva un volto che ricalcava i dettami iconografici del personaggio rappresentato, aveva in particolare un grosso foro a livello della bocca, come scavato ad imbuto o cono con base all’esterno, in modo da far passare la voce e quindi amplificarla verso gli spalti, grazie anche alla conformazione dell’anfiteatro che assicurava l’audizione fin sopra l’ultima fila di seggi. La maschera era detta dai latini Persona, perché attraverso l’apertura consentiva all’attore di “per-sonare” ovvero far risuonare attraverso la maschera la sua declamazione di strofe per il dramma in scena. Ora che abbiamo questi elementi, possiamo cercare di riflettere sul senso che la “maschera” ha nella dimensione dello psichico. Essa sarebbe una forma di superficie che sembra a tutta prima identitificare il soggetto ma non per questo lo esaurisce o lo identifica totalmente. Anzi, noi potremmo asserire che la maschera, o meglio, le varie maschere che ogni individuo adotta inconsapevolmente durante l’esistenza non coincidono con ciò che questi è autenticamente! Per C.G. Jung la “Persona” è una rappresentazione o più rappresentazioni di carattere inconscio, da cui il soggetto durante la vita ha il compito di differenziarsi per giungere al o personalità totale. Questo Jung chiama Processo di Individuazione, ovvero l’incontro con la Persona o maschera inconscia che può essere relativa a rappresentazioni copionali, ovvero fisse e ripetute automaticamente, della storia personale o rappresentazioni psichiche più concernenti il collettivo, che il soggetto assume su di sé identificandocisi inconsapevolmente. Per questo il processo di individuazione avviene attraverso l’incontro con la propria maschera inconscia, che si presenta al soggetto durante i sogni o nelle fantasie o nelle opere creative e che, se giunta al processo di consapevolezza, può essere elaborata attraverso un riconoscimento che parte dalla maschera che si è impersonata nella propria storia o nel rapporto con la comunità. Si potrebbe parlare anche, con lo psicoanalista inglese D.W. Winnicott, di Vero Sè e Falso Sè, proprio riferendoci, col primo, al processo di adeguamento del soggetto a forme di compiacenza all’ambiente, negando i propri processi creativi e originali od originari e preferendo adattarsi alle richieste dell’ambiente, col secondo invece alludendo alla ricerca dell’espressione di una propria individualità differente dagli altri e dalle immagini inconsce derivanti dalla maschera indossata. E’ importante focalizzare il processo psicologico del rappresentare, cioè sarebbe proprio nel momento in cui io incontro nel sogno una maschera di me stesso, che non conoscevo e che precedentemente abbiamo visto anche coincidere a volte con l’Ombra (v. articolo: Il Sogno: L’Ombra e l’Individuazione), che posso rappresentare a me stesso quell’immagine da cui mi separo perché vedo a distanza e quindi posso individuarmi da questa rappresentazione. Viceversa, se non posso rappresentare alcunché, posso essere posseduto dalla Persona o Maschera e agirò secondo ciò che detta quella rappresentazione cui mi sono inconsapevolmente adeguato. Facciamo un esempio molto reperibile nell’esperienza di vita. Si è trovata una certa tendenza, in chi affronta il percorso di pensionamento, alla depressione. Improvvisamente giunge il periodo, che nelle battute da bar si sente ripetere come desiderato ardentemente, ovvero quello in cui ci si ritira a vita privata cessando il proprio impiego, e lo si saluta con feste rituali e ricchi regali dei colleghi che motteggiano un “beato te che ti vai a riposare!”. Subito dopo però la persona in pensione può iniziare a sentire la propria vita senza un senso. La perdita di senso può originare dal processo di lutto che l’individuo affronta rispetto alla propria maschera di professore o di ingegnere attivo, che ora non si avverte più avere un luogo di riconoscimento tra i colleghi o nel mondo precedentemente frequentato. Ecco allora che il lutto della maschera coincide con il lutto della propria identità. L’individuo si sente perduto, non trova più il desiderio nei confronti di un futuro sentito come definitivamente occluso ed è allora che subentra il sintomo depressivo. In realtà il soggetto stesso ha mancato l’incontro con le rappresentazioni di sé relative alla maschera e le ha fatte coincidere con il senso del proprio vivere, senza riflettere su quali fossero le sue profonde aspirazioni alla realizzazione al di là dei ruoli, sia sociali che familiari. In tal caso ciò che non è stato elaborato è la componente collettiva della Persona. Ma cosa è effettivamente il Soggetto? Può esserci di aiuto in questo l’etimologia del termine, che nel latino è subjectus e in greco è upokeimenon: in entrambi la traduzione significa letteralmente “ciò che giace sotto”. quindi il Soggetto è ciò che si sottrae ad un ultima determinazione, ad una definizione unica, che sia per sempre, ma proprio per la sua natura dello “stare sotto”, esso sfugge ad una fissità ed è invece sottoposto alla legge del divenire. Ne consegue che il processo di individuazione, come sentiero esistenziale che porta all’espressione del Sè, può durare per tutta la vita, poiché continuamente l’individuo conoscendo parti di sé ed esprimendole, muta costantemente il proprio orizzonte. Si evidenzia cosi la dimensione dell’Orizzonte, in tal caso inteso come confine interiore che sempre si amplia mentre ci muoviamo dentro di noi. La psicoterapia si configura essa stessa come via entro cui si sperimenta il mutamento d’orizzonte e la conoscenza del Sè, che potrà così esprimersi, e l’individuo non esiterà in blocchi sintomatologici.

Identità e Identità di Genere: alcune delucidazioni

Si delineeranno di seguito alcuni punti cardine relativi all’identità. L’identità è tra le figure della psicologia del profondo e sotto tale angolatura noi cercheremo di osservarne il profilo. Prima di tutto ricordiamo la sua etimologia, che risalirebbe al tema verbale greco antico di Vid, che riguarda la visione, ciò che si percepisce con gli occhi. Anche idea sarebbe derivato da tale radice, poiché si vede con l’occhio della mente. L’identità quindi confina molto con la visione, una percezione di sé che può partire dall’esterno, come volto e come corpo e come immagine psichica, come ciò che ci si sente di essere, sia pubblicamente e con gli altri, sia privatamente e in rapporto a sé stessi. In generale l’identità esprime il senso dell’Io e con esso il discorso della volontà di continuità, cioè del voglio continuare ad esistere nel tempo. Dell’identità fa parte la scelta dell’azione, nel senso che sono proprio Io a decidere ciò che scelgo per me. In questo ambito si pone la crisi come sosta di fronte alla scelta, poiché ogni scelta e ogni decisione riguarda il separarsi da qualcosa o da qualcuno in vista di qualcos’altro o qualcun’altro. Quindi ogni processo di decisione implica una separazione e per questo si può dire che nella scelta l’essere umano esperimenta il senso del tragico. Ogni scelta è tragica perché rinuncia a qualcosa che ci riguarda profondamente. Questa scelta è operata dall’Io ed è inclusa nella sfera dell’identità. Ovvero la scelta mi caratterizza, non tanto e non solo di fronte al mondo degli altri, ma soprattutto di fronte a me stesso e alla mia storia passata e al mio presente-futuro, poiché mi dà un’orizzonte verso cui mi dirigo. Anche la Legge, come istanza normativa psichica, viene con la crescita interiorizzata, riguardando la misura di un limite, che nelle patologie della dipendenza farmacologica e bulo-anoressica, come in quella antisociale e per altri versi psicotica, resta vacante, ovvero non rappresentata a livello psichico perché non interiorizzata. Tale istanza normativa, che chiameremo SuperIo, può anche avere la caratteristica repressiva e punitiva, in tal caso agendo come tabù nei confronti del mondo desiderante del soggetto, che viene così ad avere una vita apparentemente retta e senza ombre mentre coltiva aree di ribellione interna che possono sfociare poi in sintomatologie di sofferenza psichica e somatica. Dunque anche la superfetazione dell’Io come istanza morale può andare ad influire sull’identità del soggetto. Il soggetto dovrà allora affrontare la falsa identità e la vera identità, attraverso l’incontro con la Maschera psichica ( v. articolo seguente sulla “persona”). E’ importante inoltre ricordare ciò che diceva il filosofo M. Heidegger relativamente all’identità e all’identico: il medesimo non si identifica mai con l’uguale – intendendo per uguale il senza differenze – ma il medesimo si lascia dire solo quando è pensata la differenza! Ciò ci introduce nel discorso sull’identità di genere. Quando si parla di identità di genere, dobbiamo considerare che il genere stesso è una dimensione non netta né precisamente definita secondo una linea orizzontale che vede ai due estremi i due generi maschile e femminile. Nè possiamo collocare il genere maschile sul polo maschile o quello femminile al suo opposto. E’ chiaro che qui ci stiamo riferendo ad una prospettiva essenzialmente psichica: cioè noi non possiamo affermare con sicurezza determinante che la dimensione sessuale del genere a livello psichico sia esclusivamente o maschile o femminile. Ciò che si sperimenta in effetti è la tensione di tropismo verso l’uno e l’altro polo in misura diversa e con intensità diversa, contemporaneamente o alternativamente, ma anche secondo un prevalere ora dell’una ora dell’altra scelta. In psicologia dinamica si parla dunque di scelta oggettuale, intendendo per oggetto l’oggetto d’amore. Questa scelta può preferire un polo maggiormente ma ciò non significa che questa, frutto della scelta, sia una dimensione psichica netta, anzi noi potremmo dire anche che essa è oscillatoria psichicamente. Lo psichico in questo senso, proprio per la sua natura di soffio (psyche in greco significa “soffio” e “farfalla”), si sottrarrebbe ad una determinazione unica che la ingessi e la solidifichi unidirezionalmente, ma molte oscillazioni in tal senso potrebbero essere percorse dallo psichico. Naturalmente quanto più le oscillazioni sono intense e veloci tanto più il soggetto vive in un tempestoso flusso del vissuto emotivo e umorale, come se potessimo visualizzarlo in un grafico tipico di un oscilloscopio con onde a picco up down. Per questo possiamo parlare di differenze dell’identità, perché all’interno stesso del fatto identitario possono essere sperimentate differenze della qualità psichica oltre che della sua intensità. Esistono poi le differenze tra soggetto e soggetto. Entrambi nella relazione interpersonale cercano di scoprire l’identità dell’altro, essendo questo il più grande e affascinante motivo di conoscenza. Infatti se c’è qualcosa della propria identità che sfugge e si nasconde, allora anche l’altro per me ha un fondo di inconoscibilità, ed è questo stesso fondo di mistero ciò che attrae nella ricerca dell’altro diverso da me e dunque a me sconosciuto e a cui voglio tendere.

Il Sogno : l ‘Ombra e l’ Individuazione (parte 3).

Durante il sogno, il sognatore può venire in contatto con la propria Ombra. Si riprende qui la concezione di C. G. Jung e del suo studioso M. Trevi, secondo cui viene elaborata la dimensione dell’Ombra come realtà della vita di ognuno. Essa viene raffigurata in sogno, ora nel suo aspetto immaginale e metaforico, che prende sembianze via via di personaggi che mutano a seconda dell’integrazione elaborativa alla coscienza, ora come simbolo che lega e mette insieme le polarità psichiche. Essa è luce di un corpo che richiama la sua parte in oscurità che di quello costituisce il limite e la definizione. Infatti, per comprendere ancora più a fondo, il termine greco antico “schià”, che traduciamo come “ombra”, ha anche il senso più sfumato di “contorno”, “profilo”, “penombra”, quasi a voler dire che l’ombra dà, con il suo chiaro-scuro del profilo o del limite tra luce e oscurità, una definizione psichica. Quindi la proprietà dell’Ombra ha una valenza plurima, perché se da un lato indica i contenuti personali che sono nell’oscuro dell’inconscio e che si sottraggono alla luce della coscienza, al contempo quando l’Ombra prende le sembianze di ciò o di colui/colei che si presenta al sognatore, essa delinea la pienezza di una differenziazione psicologica per cui dallo spurio, non scartato e non segregato nell’inconscio, si accede ad una ricchezza trasformativa dell’individuo tutto. Facciamo qualche esempio per delucidare e andare avanti nel discorso. Può accadere di sognare un uomo zingaro che ci avvicina, si fa imperioso o brusco nei modi con noi, vestito con indumenti che lo infagottano o con un volto di cui non si riconoscono i connotati precisi, che parla una lingua sconosciuta, straniera e che ci costringe a delle azioni che non gradiamo o che temiamo e che ci mette in fuga. Oppure possiamo ritrovarci in un villaggio di uomini antichi, tribali, che si muovono in modi differenti da quelli occidentali e invece di parlare una lingua di ospitalità, sembrano ostili, rabbiosi per non essere compresi da noi nel discorso che stanno compiendo al nostro cospetto. In questi due casi, ad esempio, l’Ombra emerge dall’inconscio prendendo le sembianze di stranieri, ora singoli, ora di gruppo, ma ciò che interessa osservare è l’essere straniero di queste componenti psichiche, come se si stesse parlando di parti psichiche sconosciute al soggetto e alla sua coscienza. Questo manifestarsi dell’Ombra è fatto molto positivo, poiché le consente di presentarsi alla coscienza, quindi di essere raccontata, conosciuta, dunque integrata e progressivamente elaborata. La sfumatura emotiva di paura del soggetto intimorito per la rudezza dei modi o l’aggressività che indicano i gesti dell’Ombra, potrebbero altresì riguardare il fatto che il sognatore non ha riconosciuto queste sue parti che quanto più sono neglette e tenute lontano dalla coscienza, cioè inascoltate, tanto più importunano e tendono a imporsi sul soggetto, minacciando invasioni della coscienza, che poi noi potremo chiamare sintomi. Oppure in sogno ci vediamo arrivare un gatto che ci si fa dinanzi miagolando e che pian piano inizia a crescere a dismisura fino a raggiungere dimensioni giganti che ci superano in grandezza in modo spropositato. In tal caso si potrebbe pensare a quanto il soggetto stia mettendo da parte il mondo istintuale rappresentato dall’animale felino, che cosi cerca di giganteggiare nello spazio onirico, per compensare l’esiguità di spazio donato allo stesso mondo istintuale dalla coscienza. Oppure sognare un treno mastodontico, la cui locomotiva avanza verso il sognatore, può voler rimandare all’azione massiccia di un Superio, ovvero di un’istanza repressiva psichica, molto importante sul mondo desiderante del soggetto che ne resta schiacciato. Insomma gli esempi qui possono essere guida al comprendere come l’Ombra cerchi una propria rappresentazione che la Coscienza possa accogliere facendone nuovo senso differenziante e di crescita arricchente per il Sè quale personalità totale. La non recettività delle parti psichiche-Ombra da parte del soggetto, condurrebbe ad un’inflazione dell’Io, ovvero un risalimento di quei contenuti negati alla coscienza, mettendo dunque l’io a dura prova di tenuta, perché invaso e colonizzato da quegli stessi contenuti inconsci.

Sognare di incontrare l’Ombra significa per il soggetto procedere nel processo di Individuazione. Per Jung il soggetto, per tutto l’arco della vita, ha il compito dell’individuazione relativamente alle strutture psichiche inconsce, che arricchiscono ma ostacolano al contempo la sua realizzazione individuativa. Per dar corso al processo di individuazione, l’individuo deve affrontare l’incontro tra l’Io e l’Inconscio, quest’ultimo articolato secondo la fenomenologia dell’Ombra personale e delle immagini archetipiche. Il dialogo creatore che ne deriva riguarda l’integrazione di parti dell’inconscio alla coscienza. Jung ha studiato attraverso i disegni dei suoi pazienti i movimenti di individuazione psichica che si rendono visibili attraverso successive modificazioni contenutistiche pittoriche, soprattutto nel disegno dell’albero. Il soggetto sviluppa nella rappresentazione arborea l’andamento di alcuni complessi psichici, il loro orientamento, la loro minore o maggiore espansione verso l’alto, come dimensione dello spirito volto ad aspirazioni sublimate, o verso il basso, con preponderanza di radici rispetto alla chioma ad esempio, come segno di un’esistenza maggiormente introversa verso il polo inconscio poco espresso, oppure si volge allo sviluppo di nuovi processi di consapevolezza integrata evidenti in nuove gemmazioni arboree oppure può disegnare via via un ingrossamento del fusto come forza dell’Io, o siglare con alcuni nodi del legno i traumi vissuti o i complessi irrisolti nel ciclo di vita. Pensiamo ad esempio all’Albero di Jesse o Albero della Vita, simbolo archetipico per eccellenza, in cui è rappresentata la schematizzazione dell’albero genealogico di Gesù a partire da Jesse, padre del re David, spesso raffigurato dormiente alla base del fusto, personaggio importante nelle tre religioni, cristiana, ebraica, islamica. Tale immagine archetipica può ben farci comprendere come sia presente nella raffigurazione dell’albero il nesso genealogico dell’individuo in chiave transgenerazionale, ovvero attraverso le generazioni che l’hanno preceduto. I girali dei rami vanno verso l’alto e in orizzontale. Anche G. Klimt ne ha dato una propria interpretazione pittorica in “Giallo Blu Rosso”, dipinto del 1909 (v. immagine in evidenza). In ogni caso l’albero come rappresentazione dello psichico ne raffigura lo status vibratile e di soffio, che ondeggia e si salda, che tramuta e prende forme variegate nel fogliame e nella struttura del tronco e delle radici. Ricordiamo qui anche il complesso scultoreo del Bernini, visibile presso la Galleria Borghese a Roma, di Apollo e Dafne. Nel momento in cui Apollo, colto da amore, ha ormai toccato Dafne, che vuole sfuggirgli, ella si trasforma in Lauro (che in greco antico è appunto “dafne”). Si potrebbe qui intravedere il complesso psichico della “coniunctio” o congiungimento, nella sua dinamica opposizione individuativa data dalla metamorfosi arborea con cui Dafne si sottrae all’abbraccio di Apollo in sembianze umane. Ciò farebbe pensare alla dimensione di tensione dialettica degli opposti psichici, in tal caso tra simbiosi e differenziazione, tipici del fenomeno psichico individuativo. D’altronde il motivo dell’abbraccio ricorre, secondo il trasmutare pervasivo dell’inconscio archetipico, anche nell’opera di G. Klimt (guardando il dipinto sulla destra).

Il Sogno : il Tempo, lo Spazio (parte 2)

Dunque l’inconscio compare nel sogno come paesaggio in cui il buio è spesso lo sfondo rappresentativo oppure il sognatore sa di essere di notte nonostante riesca a percepire i contorni delle cose o degli esseri umani ed essere al contempo immerso nell’oscurità. Il sogno quindi ospita uno spazio diverso da quello della veglia, uno spazio che è avvertito come ampio e con orizzonti estesi a perdita d’occhio, la cui magnificenza s’impone sul soggetto, oppure esso può presentarsi come angusto e dalle proporzioni che via via si restringono, in quel caso comportanti angoscia per impossibilità di fuga o attivazione e allerta per cercare di correre via; il potervisi muovere senza continuità di scenario ma trovandosi catapultati in un altro luogo che non presenti alcuna coerenza di senso con quello precedente, o librarsi in aria e attraversare confini che solo la scena onirica permette, indica che stiamo abitando in uno spazio “altro” inconscio, dove la geometria come spazialità misurabile, ovvero come direbbe Cartesio, secondo i limiti della res extensa, è stata sostituita da una forma spaziale che si allunga come ellittica o circolare o poliedrica, oppure si verticalizza verso l’alto o verso il basso, in modo fluido o interrotto, si ingigantisce o si rimpicciolisce, insomma si modifica quasi secondo linee asintotiche che richiamano maggiormente la dimensione dell‘infinito. L’altra dimensione, che come abbiamo detto sopra insieme a spazio, a intenzionalità e all’autoriferirsi come soggetti caratterizza la coscienza (v. Sogno part.1), è il tempo onirico. Esso non coincide con la dimensione del suo scorrere che noi viviamo nello stato di veglia e che fonda l’atto coscienziale, pur nelle sue varianti dissociative ed estatiche diurne, ma richiama altre forme del suo dispiegarsi : un tempo ciclico, ovvero che si ripresenta con modi uguali ma contenuti differenti nelle varie epoche – un esempio tipico che ha riguardato l’inconscio collettivo è stato l’avvento del fascismo come ri-attuazione del mito romano-italico imperiale – , un tempo mitico, cioè che detiene la struttura di un tempo originario, da cui tutto iniziò ovvero il principio o “Archè” (cfr. in greco antico, “inizio” “comando”). Tale principio non è conosciuto o non è conoscibile, si fa intravedere presentandosi sulla scena onirica e quindi manifestandosi alla coscienza che poi ne farà racconto, ma nonostante la sua oscura provenienza può stagliarsi nelle immagini oniriche in modo luminoso, netto, numinoso ovvero riguardante una presenza sacra o che emana un’aurea divina. Quando parliamo di mito noi possiamo riferirci sia ai grandi miti della nostra cultura occidentale, come il mito di Edipo e della Sfinge, quello di Ettore e Achille nella guerra di Troia, sia al mito personale, che affonda nella propria storia d’infanzia o anche transgenerazionale ovvero tramandato sia inconsciamente che attraverso brani narrativi orali lungo le generazioni della propria discendenza. Il mito si svolge in un tempo mitico, quando accadde, quando si dice che accadde, donde anche la natura impersonale e collettiva del “si dice”, “si tramanda”, ovvero non si sa chi l’abbia detto ma così avvenne, perché lo dice il mito, in quel tempo che si riedita ora. Nel sogno ciò può avvenire. Posso sognare di andare a passeggio col Papa, e in quel caso il regista onirico inconscio potrebbe volersi riferire al movimento interno all’individuo verso orizzonti rischiarati dalla coscienza per favorire un proprio rischiaramento di comprensione di un’area del Sé – così come farebbe pensare il personaggio onirico che indossa la tiara con il Sol Invictus (cfr. in latino il “Sole non vinto”) che è simbolo del Mitra pagano dedito al culto solare fecondatore – oppure posso guardare in un pozzo in cui vedo pesci cantanti una melodia che ripete una frase senza logica apparente, come un enigma mitico da sciogliere, ma che echeggia in me la terra d’infanzia – e in quel caso il mito individuale legato a quando ero bambino si accompagna ad un’immagine sincretica in cui elementi della storia individuale si condensano con strutture mitologiche universali (il mito dell’enigma della Sfinge come essere bizzarro, così come bizzarri sono i pesci cantanti o come profondo è il pozzo di S. Patrizio) – . In ogni caso momenti del presente possono confondersi con il passato, il sogno può spesso inoltre predire il futuro, l’inconscio prevede le prossime mosse come configurazioni di probabile realizzazione, ha come un’occhio nel tempo a venire. Non è un caso se nell’antichità, pensiamo al sito archeologico di Epidauro in Grecia e in particolare al tempio nell’area sacra al dio-eroe delle cure mediche Asclepio, i pellegrini in visita al complesso cultuale avessero riservato per loro stessi uno spazio in cui dormire durante la notte per farsi venire in sogno Asclepio con il suggerimento enigmatico che al mattino doveva essere riferito al personale sacerdotale del tempio per essere decriptato e dare visioni sul futuro in generale o sul decorso per la guarigione. Tale pratica sacro-rituale era chiamata incubatio (in latino) o enkoimesis (in greco), nel primo caso il termine rimanda al “covare” qualcosa, ed è chiaro il riferimento al processo creativo onirico, nel secondo termine individuiamo il “dormire nel tempio” o “attendere l’oracolo”, che ha a che vedere con la natura di veggenza che il sogno come scena di rappresentazione inconscia può ospitare, quindi con il suo essere numinoso, ovvero come di essere che si rivela divinamente all’uomo. Questo tempo-spazio onirico è un tempo della creatività che dà origine alla dimensione narrante dell’esistenza, una narrazione analoga a quella del dipingere o del filmare o fotografare o scolpire. La qual cosa ci fa intendere che ogni processo creativo, dall’opera d’arte alla vita come opera, ha origine e trae il proprio fondamento e nutrimento dall’inconscio.

Il Sogno: Viaggio nell’Inconscio (parte 1)

Noi umani sperimentiamo non una sola realtà, quella diurna della coscienza, ma di notte, quando il rilassamento scende nel nostro corpo e il dio Morfeo, come direbbero gli antichi, ci avvolge morbidamente conducendoci nel mondo del sonno cui ci si arrende chiudendo gli occhi, è un altro spazio-tempo ad ospitarci, l’inconscio. Ben inteso, non possiamo dividere l’esistenza solo negli stati di coscienza del giorno e della notte, poiché la coscienza è un flusso stream of consciousness – e può attraversare molte micro-oscillazioni durante lo stato di veglia, talchè potremmo dire che molti sono gli stati di coscienza e ogni individuo può attraversarli, sia essendone abbastanza consapevole, sia variando la propria consapevolezza per l’intervento di automatismi psichici che possono alterare il flusso coscienziale con particolari dissociazioni spazio-temporali, di cui scarsamente l’individuo stesso si accorge. Un esempio classico di automatismo mentale è ad esempio quello per cui possiamo guidare l’auto fino a destinazione abituale e ci rendiamo conto di essere arrivati improvvisamente, senza essere stati attenti al percorso. Di solito in quei casi si avverte un senso di smarrimento dato dal non poter ricordare il tragitto appena concluso. Dove si è stati psichicamente mentre si guidava? E soprattutto, quale parte di noi guidava al nostro posto consapevole, sia ricordando i passaggi di incroci e di svolte, sia obliandoli al contempo, come se non li avessimo minimamente percepiti? Questo è uno dei molti fenomeni in cui lo psichico manifesta la propria caratteristica di apparire e al contempo sottrarsi. Anche la fantasia diurna o quello che chiamiamo sogno ad occhi aperti day dreaming – è un altro mondo che possiamo considerare realtà, perché al pari della vita coscienziale diurna, costituisce un mondo complesso per me, come essere umano, che la vivo abitandola. La coscienza, inoltre, per essere determinata necessita di quattro parametri senza i quali non si può parlare di atto coscienziale. I primi due sono lo spazio e il tempo, ovvero la cornice in cui l’individuo si colloca (quel giorno, quel momento, insieme a voi in aula mentre facciamo lezione, o durante un incontro in pieno mattino di fronte a quel portone vicino all’Ara Pacis di Roma per esempio); un altro parametro è l’intenzionalità, ovvero l’orizzonte al quale rivolgiamo le nostre risorse interiori come i desideri, le speranze, gli orientamenti per le decisioni future o più incipienti da prendere, o anche l’atto di entrare in acqua marina per fare una nuotata); il quarto elemento perché ci sia coscienza è l’autoriferimento, ovvero il fatto che tutte queste dimensioni (spazio tempo e intenzionalità) io possa riferirle a me che sono il soggetto e che le esperisco come tali in un mondo per me.

Dunque ora che abbiamo appena esplorato ciò che chiamiamo coscienza, possiamo affacciarci a ciò che da S. Freud in poi è stato scoperto come inconscio. Scoprire è il termine che forse più si avvicina all’esperienza dell’inconscio. S. Freud è infatti il pioniere in tal senso, cioè colui che per primo rivolse la sua ricerca al mondo inconscio dell’essere umano, ricercando sui termini di questa esperienza attraverso il metodo delle libere associazioni, delle fantasie ad occhi aperti, dei lapsus, del motto di spirito e dei sogni. Naturalmente dobbiamo dire che tutta la sua opera, di scrittura e riflessione, fu condotta durante tutta la sua vita secondo una costante rimodellazione che trasformò la sua stessa visione della psiche attraverso l’esperienza dell’incontro psicoanalitico con i pazienti. Quindi la prima dimensione cui porre attenzione è che noi come esseri umani esperiamo un mondo o realtà altra, ovvero l’inconscio, che si manifesta alla coscienza come essenzialmente “altro”. L’esperienza dell’inconscio avviene soprattutto la notte durante il sonno, quando le immagini oniriche si presentano a noi senza poterlo decidere, cioè noi ci ritroviamo collocati in scenari in movimento – da cui l’analogia col cinema e la sua trama narrativa, spesso rilevata dal lapsus “stanotte ho fatto un film” – di cui possiamo essere i protagonisti o i co-protagonisti insieme ad altri, oppure essere i testimoni senza azione sulla scena onirica, osservandone gli sviluppi, per così dire, dall’esterno, oppure ancora, possiamo non avere la sensazione di una propria presenza sullo sfondo ma sentiamo e vediamo le immagini, ne siamo irradiati, spesso con luce luminosa, ed è in tal caso la coscienza a risplendere sull’inconscio per comprendere, o immersi nella penombra o nel buio fitto, che rappresenterebbe l’inconscio stesso, oppure ancora l’inconscio può appalesarsi nel sogno come territorio sconfinato, desertico, materico e in cui l’elemento terrestre primigenio diventa preponderante, oppure può rivelarsi come distesa marina di cui vedere le acque cristalline o torbide, etc.. etc.. In ogni caso si compie un viaggio in questi territori sconosciuti e si resta comunque presi da meraviglia e timore, così come sembra di intravedere nella pittura vascolare di una kylix o coppa da vino in ceramica a figure rosse greca del 480 a.C, guardando gli occhi sgranati e guardinghi di Eracle in viaggio di notte sull’Oceano diretto verso l’isola di Eritia, l’isola del sole calante, oltre le colonne d’Ercole, il nostro stretto di Gibilterra. Eracle stesso nel dipinto è seduto dentro ad un enorme cratere che è la coppa di Helios, il Sole, che ogni sera si immerge oltre le colonne e che presta all’eroe la sua coppa con cui può attraversare di notte l’Oceano e compiere la sua decima fatica, la cattura dei buoi di Gerione. Si tratta del viaggio dell’eroe, un viaggio ai confini del tempo e dello spazio cosmico,

Il Training Autogeno (T.A.): un metodo di approccio al Relaxing psico-somatico

Il metodo del Training Autogeno proviene da J.H. Schultz, uno psichiatra tedesco vissuto negli anni ’30. Risente molto della tradizione orientale e delle tecniche meditative yoga ma in tal senso ne ha esportato i principi teorici e pratici più conformi alla cultura occidentale. Il T.A. è un sistema di apprendimento psicosomatico, esso infatti coinvolge il nostro Sistema Nervoso Autonomo, ovvero quello non regolato dalla nostra volontà. Il S.N.A. innerva soprattutto gli organi interni, come stomaco, intestino, fegato, cuore, ma anche la pelle e gli occhi e muscolatura scheletrica. Per questo motivo il T.A. sembra essere particolarmente indicato per sciogliere tensioni che inconsapevolmente possiamo accumulare in diversi siti corporei, andando a regolare, attraverso l’innervazione del S.N.A., il tono delle fibre muscolari che costituiscono il muscolo, ad esempio bicipite del braccio, ma che sono presenti anche nei tessuti degli organi come intestino, stomaco, etc. etc.. Il T.A. si divide in esercizi inferiori, medi e superiori, necessita dunque di un tempo di apprendimento che varia da tre mesi per quelli inferiori, fino a due anni per quelli superiori. Il T.A. può essere appreso con l’aiuto di un conduttore che suggerisce alcune formule verbali e favorisce la discesa del soggetto nello stato di relaxing. Il soggetto poi, una volta fatta l’esperienza di immersione e di ascolto delle sensazioni corporee, guidata dalla voce del conduttore, ripeterà da solo a casa l’esercizio. Il metodo T.A. si compone dunque di due momenti, uno guidato e uno in autonomia, che quindi lo contraddistinguono come un metodo di autoipnosi che però necessita della guida del conduttore via via che si prosegue dagli esercizi inferiori fino ai superiori. Le formule iniziali per procedere all’ascolto dei siti corporei cui rivolgere un’attenzione libera riguardano le due sensazioni di calore e pesantezza, che sono i primi segnali del relaxing che sta avvenendo. Il conduttore induce ad esplorare al contempo anche il proprio respiro, che sarà addominale e non toracico. Il respiro addominale aiuta ad incidere sullo stato di rilassamento del muscolo diaframmatico, ma non solo. Il respiro addominale, con gonfiamento e sgonfiamento dell’addome mediante inspirazione ed espirazione, aiuta a scendere nell’ascolto di sé come unità di psiche-soma, a prendere distacco dalle passioni che ci coinvolgono nel quotidiano, ad essere nel presente del qui ed ora e a godere di questo presente, ovvero a svuotarsi di tutti i pensieri parassiti che appesantiscono sottraendo energia vitale. Lo stesso ritmo di inspirazione ed espirazione può essere associato negli esercizi medi alla fuoriuscita di ricordi o immagini negative durante la fase espiratoria. Il momento subito dopo l’esercizio è molto importante, perché consente alla diade conduttore-terapeuta/paziente di parlare dell’esperienza appena fatta, delle sensazioni riscontrate, dei siti corporei più o meno tesi, delle immagini psichiche emerse, sia facilitanti sia ostacolanti il relaxing.

Il T.A. è molto indicato per soggetti sofferenti di ansia generalizzata, di attacchi di panico, di cefalea tensiva, gastrite e coliti di natura psicogena. E’ molto adiuvante per chi soffre di ansia da prestazione e per problemi relazionali, in cui la gestione dello stress diviene difficoltosa, alterando la propria capacità di restare in relazione con l’altro senza essere posseduto dai propri stati emotivi. Per questo possiamo dire che il Training Autogeno può essere considerato, per la sua proprietà di far accedere all’unità psiche-soma, una metodica psicoterapica, che inaugura uno sviluppo di percorso psicoterapico, a partire dalle immagini che possono emergere dall’inconscio e su cui poter fare luce attraverso il dialogo. Per la sua natura di esperienza psicocorporea il T.A. può anche essere usato per singole tranches temporali, andando ad attenuare certi stili ansiosi del soggetto. Il tempo minimo di trattamento con T.A. oscilla dai tre ai sei mesi.

Uno degli esercizi avanzati medi riguarda la regolazione del Plesso Solare, localizzato al centro dell’addome, attraverso la creazione di immagini guidate che rilassano gli organi presenti in sede addominale (intestino, stomaco, fegato etc…). Due degli esercizi superiori riguardano il rallentamento del battito cardiaco o la rappresentazione per immagini della teca cranica come vuota e irradiata di luce. In generale l’apporto della Visual Imagery risulta essere fondamentale nello svolgimento degli esercizi superiori.

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