Pietro Salemme

Psicologo Psicoterapeuta a Roma

Il Sogno: Viaggio nell’Inconscio (parte 1)

Noi umani sperimentiamo non una sola realtà, quella diurna della coscienza, ma di notte, quando il rilassamento scende nel nostro corpo e il dio Morfeo, come direbbero gli antichi, ci avvolge morbidamente conducendoci nel mondo del sonno cui ci si arrende chiudendo gli occhi, è un altro spazio-tempo ad ospitarci, l’inconscio. Ben inteso, non possiamo dividere l’esistenza solo negli stati di coscienza del giorno e della notte, poiché la coscienza è un flusso stream of consciousness – e può attraversare molte micro-oscillazioni durante lo stato di veglia, talchè potremmo dire che molti sono gli stati di coscienza e ogni individuo può attraversarli, sia essendone abbastanza consapevole, sia variando la propria consapevolezza per l’intervento di automatismi psichici che possono alterare il flusso coscienziale con particolari dissociazioni spazio-temporali, di cui scarsamente l’individuo stesso si accorge. Un esempio classico di automatismo mentale è ad esempio quello per cui possiamo guidare l’auto fino a destinazione abituale e ci rendiamo conto di essere arrivati improvvisamente, senza essere stati attenti al percorso. Di solito in quei casi si avverte un senso di smarrimento dato dal non poter ricordare il tragitto appena concluso. Dove si è stati psichicamente mentre si guidava? E soprattutto, quale parte di noi guidava al nostro posto consapevole, sia ricordando i passaggi di incroci e di svolte, sia obliandoli al contempo, come se non li avessimo minimamente percepiti? Questo è uno dei molti fenomeni in cui lo psichico manifesta la propria caratteristica di apparire e al contempo sottrarsi. Anche la fantasia diurna o quello che chiamiamo sogno ad occhi aperti day dreaming – è un altro mondo che possiamo considerare realtà, perché al pari della vita coscienziale diurna, costituisce un mondo complesso per me, come essere umano, che la vivo abitandola. La coscienza, inoltre, per essere determinata necessita di quattro parametri senza i quali non si può parlare di atto coscienziale. I primi due sono lo spazio e il tempo, ovvero la cornice in cui l’individuo si colloca (quel giorno, quel momento, insieme a voi in aula mentre facciamo lezione, o durante un incontro in pieno mattino di fronte a quel portone vicino all’Ara Pacis di Roma per esempio); un altro parametro è l’intenzionalità, ovvero l’orizzonte al quale rivolgiamo le nostre risorse interiori come i desideri, le speranze, gli orientamenti per le decisioni future o più incipienti da prendere, o anche l’atto di entrare in acqua marina per fare una nuotata); il quarto elemento perché ci sia coscienza è l’autoriferimento, ovvero il fatto che tutte queste dimensioni (spazio tempo e intenzionalità) io possa riferirle a me che sono il soggetto e che le esperisco come tali in un mondo per me.

Dunque ora che abbiamo appena esplorato ciò che chiamiamo coscienza, possiamo affacciarci a ciò che da S. Freud in poi è stato scoperto come inconscio. Scoprire è il termine che forse più si avvicina all’esperienza dell’inconscio. S. Freud è infatti il pioniere in tal senso, cioè colui che per primo rivolse la sua ricerca al mondo inconscio dell’essere umano, ricercando sui termini di questa esperienza attraverso il metodo delle libere associazioni, delle fantasie ad occhi aperti, dei lapsus, del motto di spirito e dei sogni. Naturalmente dobbiamo dire che tutta la sua opera, di scrittura e riflessione, fu condotta durante tutta la sua vita secondo una costante rimodellazione che trasformò la sua stessa visione della psiche attraverso l’esperienza dell’incontro psicoanalitico con i pazienti. Quindi la prima dimensione cui porre attenzione è che noi come esseri umani esperiamo un mondo o realtà altra, ovvero l’inconscio, che si manifesta alla coscienza come essenzialmente “altro”. L’esperienza dell’inconscio avviene soprattutto la notte durante il sonno, quando le immagini oniriche si presentano a noi senza poterlo decidere, cioè noi ci ritroviamo collocati in scenari in movimento – da cui l’analogia col cinema e la sua trama narrativa, spesso rilevata dal lapsus “stanotte ho fatto un film” – di cui possiamo essere i protagonisti o i co-protagonisti insieme ad altri, oppure essere i testimoni senza azione sulla scena onirica, osservandone gli sviluppi, per così dire, dall’esterno, oppure ancora, possiamo non avere la sensazione di una propria presenza sullo sfondo ma sentiamo e vediamo le immagini, ne siamo irradiati, spesso con luce luminosa, ed è in tal caso la coscienza a risplendere sull’inconscio per comprendere, o immersi nella penombra o nel buio fitto, che rappresenterebbe l’inconscio stesso, oppure ancora l’inconscio può appalesarsi nel sogno come territorio sconfinato, desertico, materico e in cui l’elemento terrestre primigenio diventa preponderante, oppure può rivelarsi come distesa marina di cui vedere le acque cristalline o torbide, etc.. etc.. In ogni caso si compie un viaggio in questi territori sconosciuti e si resta comunque presi da meraviglia e timore, così come sembra di intravedere nella pittura vascolare di una kylix o coppa da vino in ceramica a figure rosse greca del 480 a.C, guardando gli occhi sgranati e guardinghi di Eracle in viaggio di notte sull’Oceano diretto verso l’isola di Eritia, l’isola del sole calante, oltre le colonne d’Ercole, il nostro stretto di Gibilterra. Eracle stesso nel dipinto è seduto dentro ad un enorme cratere che è la coppa di Helios, il Sole, che ogni sera si immerge oltre le colonne e che presta all’eroe la sua coppa con cui può attraversare di notte l’Oceano e compiere la sua decima fatica, la cattura dei buoi di Gerione. Si tratta del viaggio dell’eroe, un viaggio ai confini del tempo e dello spazio cosmico,

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